JOE R. LANSDALE.
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PARADISE SKY.
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Parte 1.
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Titolo originale: Paradise sky. 2015.
Traduzione di: L. Briasco.
2016. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CAPITOLO 1.
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Dunque, nella vita ho ucciso assassini e animali feroci, ho fatto l'amore nella stessa notte e nello stesso carro con quattro donne cinesi, tra cui una che aveva una gamba di legno, il che rende le cose un tantino difficili, in certi casi. Una volta, mentre attraversavo le pianure, ho pure mangiato un tizio morto, non intero, ovviamente, ma sia chiaro che non lo conoscevo tanto bene, mica eravamo parenti, insomma si  trattato solo di un malinteso.
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Un'altra cosa che ho fatto  stata vincere una gara di tiro a Deadwood contro avversari di altissimo livello. Erano tutti bianchi tranne me, nero e lucido come l'ossidiana. Sono stati addirittura scritti romanzetti sul mio conto, anche se qualcuno dice che non  vero, che mi sono attribuito il nome di Deadwood Dick, il Cavaliere Oscuro delle pianure, solo per darmi prestigio e che quelle storie non avevano niente a che fare con me. Tutte balle: certo, una grossa parte di ci che  stato scritto su di me  falso, ma ho intenzione di chiarire tutto dall'inizio alla fine, a tempo debito. Comunque, non  cos che comincia la mia storia. Sto correndo troppo, rischio di spegnere il fuoco ancor prima di averlo acceso.
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Secondo me posso cominciare da qui. Si diceva in giro che se andavi a ovest per unirti ai soldati di colore ti pagavano in dollari veri, tredici al mese, pi vitto e alloggio, e ti davano pure un cavallo. A questo pensavo quando iniziai la mia avventura. Quel pensiero era come un cane steso al sole che non ha nessuna voglia di alzarsi. Ma un giorno, all'improvviso, un fuoco  divampato in quelle ossa di cane. Accadde a causa di quelli che una volta ho sentito definire gli imprevisti della vita, avvenimenti che portano a grandi idee e scelte determinanti. Vedete, sono stato invitato a un linciaggio.
Mica mi chiedevano di tenere la corda o di cantare una canzone. Io ero l'ospite d'onore. Volevano tirarmi il collo, strozzarmi come un pollo per la cena della domenica.
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All'epoca non avevo neanche vent'anni. Accadde tutto per caso. Ero andato in citt su incarico di mio padre: dovevo prendere della farina e altra roba, una camminata di circa cinque miglia. Non  che avessi tutta questa voglia di portare sacchi di farina, mais e quant'altro per quelle cinque miglia, ma cos andavano le cose. Avevamo solo un cavallo, e pap lo usava per arare il campo di grano. Quindi mi toccava andarci a piedi.
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Il viaggio stava andando benissimo, il sacco sembrava leggero come se fosse vuoto, era una bella giornata, il sole era caldo, gli uccelli cantavano sugli alberi, felici come pasque. Fischiettai per la maggior parte del tragitto, e per fortuna ero solo, visto che non sono mai stato bravo a fischiare. Ma ero l, era una mattinata splendida, mi sentivo alla grande, anche se sapevo che avrei dovuto avere a che fare con dei bianchi - veterani della Guerra civile, soprattutto. Gente che voleva parlare della guerra tutto il tempo e con chiunque si trovasse a tiro. Che voleva spiegare che se il buon vecchio Robert E. Lee avesse fatto questo invece che quello, noi negri avremmo ancora saputo stare al nostro posto nelle fattorie, e nel caso qualcuno avesse fatto finta di non sapere quale fosse, questo posto, sarebbero bastate un paio di frustate ogni tanto per riportarci sulla retta via, perch il nostro cervello era come quello di un bambino. Secondo loro, se fossimo stati lasciati a noi stessi avremmo vagato senza meta, incapaci di procurarci il cibo o dei vestiti, e avremmo passato il tempo a strusciarci contro il bestiame.
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Per quel giorno non ci pensavo troppo, a certe cose. Me la godevo e basta, mentre camminavo, diretto da Wilkes, ai magazzini generali o all'emporio per comprare qualcosina con i pochi soldi che pap aveva ricavato dalla vendita di patate e pomodori dell'anno precedente. Si era attaccato a quei soldi come un corvo a un oggetto che luccica, ma a un certo punto le provviste avevano cominciato a scarseggiare e toccava andare a comprare un po' di roba che bastasse fino al prossimo raccolto. Mangiavamo quello che ci dava la terra, ed eravamo proprietari: una cosa rarissima, un po' come scorrazzare sul corso principale con un calesse con le frange mentre i bianchi ci salutavano e facevano il tifo da entrambi i lati della strada.
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Fu una donna bianca a ficcarmi nei pasticci. Stavo camminando, il sacco vuoto sulla spalla, e pensavo a quanto odiassi andare nel retro del negozio di Wilkes e restare l impalato col sacco in mano finch il vecchio Wilkes o suo figlio, Royce, si decidevano a chiedere cosa volessi, per poi provare a vendermi il cibo e la farina pi scadenti al doppio del prezzo. Avrei dovuto sbattermi e supplicare per riuscire a fare un buon affare senza sembrare arrogante o insistente. Questa cosa avrebbe logorato chiunque, giovane o vecchio che fosse. Ma faceva parte dell'addestramento alla sopravvivenza.
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Al negozio non ci arrivai mai. Decisi di prendere una scorciatoia, entrai in un vicolo, per poi ritrovarmi in mezzo agli edifici che costituivano la citt vera e propria, e passai davanti a un cortile dove una donna bianca stava stendendo il bucato. Quella casa era stata costruita cinque anni prima ai confini della citt, ma poi la citt era cresciuta e la casa ora si trovava quasi nascosta tra una scuderia e un barbiere. Non che fosse un granch come casa, comunque. Il terreno originario era stato svenduto dopo la guerra, e se foste stati a sentire il proprietario di quel posto, Sam Ruggert, vi sareste convinti che prima della guerra fosse stato un vasto terreno agricolo con rigogliosi frutteti. Falso. Era ricoperto di boscaglia e gramigna, e se Ruggert avesse perso meno tempo nelle stalle con una tanica di alcol di contrabbando, avrebbe potuto far nascere dal quel terreno qualcosa di diverso dalle erbacce. Ma lui non la pensava cos. Aveva deciso che la guerra lo aveva rovinato, lui e la sua famiglia, e ogni volta che ne parlava, cosa che faceva regolarmente nel negozio verso cui mi stavo dirigendo, diceva che ogni buco delle sue mutande era colpa degli Yankee e dei negri. Secondo la mentalit di Ruggert io appartenevo a entrambe le categorie: una per nascita e una per aspirazione. Si diceva anche che fosse un tipo strambo e sempre arrabbiato, addirittura pericoloso. Le pareti esterne della sua baracca erano rattoppate con pelli di animali, il tetto cedeva da una parte e aveva un telo al posto delle tegole.
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Appena passai l davanti col mio sacco vuoto, girai la testa per guardare quella giovane donna dai capelli rossi e dalle forme generose ma non eccessive, intenta a stendere i panni sul filo, fermandoli con delle mollette. La conoscevo solo di vista. Era la terza moglie di Ruggert: la prima si era ammazzata di lavoro, la seconda era scappata, e questa era la figlia della donna che era scappata. Da dietro sembrava giovane e molto attraente, ma vista davanti, con quel viso stretto e il naso lungo, mi ricordava l'estremit di un'accetta.
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Comunque, non era quella l'estremit che stavo guardando, e devo ammettere di aver provato una certa curiosit per il fatto che apparisse molto pi attraente se vista da dietro, ma i miei erano pensieri senza malizia. Avevo solo girato lo sguardo e notato che si stava piegando verso il cesto, spingendo un culo davvero notevole contro la sottoveste sottile. Fu in quel fuggevole e fatidico istante che il marito, il gi citato Sam Ruggert, venne fuori dalla porta di servizio e mi vide. Il fatto che io stessi fissando ci che chiunque sarebbe stato in grado di vedere passando da quelle parti gli fece lo stesso effetto di un animale ferito che gli si fosse arrampicato addosso per poi morirgli in mezzo alle chiappe, inondandolo di fetore.
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Stava l impalato e mi guardava fisso con i suoi occhietti porcini. Indossava solo un paio di pantaloni e gli stivali, il grosso ventre bianco era appoggiato alla cintura come un sacco di patate, e torceva le labbra in mezzo alla barba come fossero due vermi rossi che cercavano di uscire da un groviglio d'erba. Capii subito di essere in trappola. Cominci a urlarmi contro, a dire che avevo mancato di rispetto a una donna bianca, come se mi fossi intrufolato nel loro cortile e le avessi ficcato un braccio su per il culo. Ma io non avevo fatto altro che ammirare un bel paio di chiappe quando ne avevo avuto la possibilit: niente di pi normale.
A quel punto la moglie si era girata e mi aveva visto, e lo spettacolo della sua faccia aveva spento tutto l'entusiasmo che avevo provato guardandola da dietro. Cominci a dirmene di tutti i colori, e potete scommetterci che la parola "negro" venne fuori almeno due o tre volte. Ci butt dentro pure "scimmione", per non farsi mancare nulla, e l'espressione pi gentile uscita dalle loro bocche fu "maledetto muso nero". Non mancarono di menzionare le mie orecchie, che sporgevano dal capo come le porte aperte, anteriori e posteriori, di una baracca.
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Insomma, erano l a strillare e inveire quando a un certo punto Ruggert cominci a guardarsi intorno, sperando di trovare un'ascia, una zappa o anche solo una pietra da lanciarmi addosso. Non c'era nulla a portata di mano, cos si precipit in casa. Sapevo che sarebbe tornato fuori con un fucile. Probabilmente uno di quelli grossi.
Se anche non mi avesse fatto fuori con una pallottola, gi immaginavo un'orda di bianchi che ringhiavano con una corda in mano, pronti ad appendermi a un albero o a un cornicione senza troppe chiacchiere e tantomeno un processo. L'avevo visto succedere, una volta. Un vecchio, che tutti chiamavano zio Bob, aveva detto una cosa che era andata di traverso a certi bianchi, una cosa talmente sciocca che nessuno ricorda pi quale fosse. Un attimo dopo zio Bob penzolava da una corda attaccata a un albero, e gli avevano dato fuoco ai pantaloni con un fiammifero. Tutto ci dopo che una dolce signora di chiesa gli aveva aperto la patta per segargli gli attributi con un coltellino e darli in pasto a un cane.
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Avevo dieci anni quando lo vidi succedere. Mia madre era ancora viva, e poich la guerra era finita e vendere gli schiavi era diventato illegale, era tornata a casa. Anche pap era un uomo libero. Io sono stato uno schiavo solo per pochi anni della mia infanzia, e per fortuna non ho tanti ricordi di quel periodo. Appartenevamo a una persona piuttosto gentile, mettiamola cos. Cio, non ci picchiava o roba del genere, ma comunque eravamo propriet sua. Se fossimo fuggiti saremmo stati braccati da cani e uomini armati. E poi lui aveva venduto mamma, no? Quindi diciamo pure che rispetto a tanti altri non era male, ma che la nostra vita non era comunque una passeggiata.
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Mamma pot tornare a casa, e le cose non andavano malaccio, ma non dur a lungo. In poco tempo si ammal e mor. Per questa cosa di zio Bob successe prima della sua morte. Io e mamma eravamo appena arrivati in citt per procurarci qualcosa barattando la poca roba che avevamo e vedemmo il vecchio zio Bob correre come un cane che aveva rubato un prosciutto.
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Era seguito da una folla, che a un certo punto gli si butt addosso. Sembrava di vedere un enorme ammasso di mosche che si avventava su una merda di cane. Mamma prov a mettermi una mano sugli occhi per non farmi vedere cosa stava succedendo, ma un bianco se ne accorse e disse a mamma: "Togligli le mani dagli occhi, guardate bene e imparate qual  il vostro posto". Accadde tutto cos in fretta che non avrei fatto in tempo a ficcarmi le dita nel naso, prima che fosse finita. Zio Bob fu evirato e impiccato, e gli misero pure in bocca un uccello morto trovato per strada. Non credo ci fosse un motivo simbolico: era solo un gesto meschino come un altro.
Quel giorno era rimasto marchiato a fuoco nella mia mente: ecco perch scappai a gambe levate dopo aver guardato il culo della signora Ruggert. Finii nelle scuderie e rubai un cavallo proprio sotto il naso del ragazzo di colore che lavorava l, e quello disse: - Oh, merda, ti stai tirando addosso un bel po' di guai.
In una frazione di secondo non ero pi nei pasticci solo per un equivoco, ma anche per un furto.
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Non ebbi il tempo di sellare il cavallo, e non fui neanche troppo fortunato, nella scelta. Quella bestia era vecchia e zoppa. Dunque, pi che schizzare al galoppo fuori dalla citt, il mio cavallo si avvi zoppicando, con me in groppa.
Non avevo idea del da farsi, cos decisi di dirigermi verso casa per spiegare a pap cos'era successo. Dopo circa mezzo miglio mi venne in mente di lasciare il cavallo, sperando che in quel modo mi sarebbe stato perdonato il furto. Vaneggiavo, naturalmente, perch sarei stato ucciso a causa di un equivoco, e non certo per un reato commesso. Anche se il cavallo fosse tornato nella stalla, avesse spiegato la situazione, raccontato con fermezza e onest gli eventi, spiegando come fossi confuso e spaventato e lo avessi solo preso in prestito, non sarebbe cambiato nulla. Se avesse parlato in mia difesa sarebbe stato impiccato insieme a me, anzi prima lui e poi io, ed entrambi con un uccello stecchito in bocca.
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Corsi come un cervo fino a casa, e non ero ancora arrivato quando mi resi conto che presto avrei avuto un sacco di gente alle calcagna. Ero sicuro che ci che avevo fatto fosse gi passato di bocca in bocca, finch la mosca non era diventata un elefante. A quel punto dovevano aver stabilito che non solo avevo molestato la moglie-accetta di Ruggert e rubato un cavallo, ma anche aggredito tutte le donne della citt in ogni modo possibile, e dunque offeso la virilit dei bianchi, cosa assolutamente intollerabile.
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Per un momento pensai che avrei potuto creare problemi anche a pap con quella storiaccia, ma quando ne ebbi quasi la certezza ormai ero a casa e l'avevo raggiunto nei campi. Si ferm per ascoltarmi, gli spiegai tutto per filo e per segno. Liberammo il vecchio cavallo dall'aratro e lo portammo verso casa. Una volta l, pap leg il cavallo ed entrammo. Sollev alcune tavole dal pavimento. L sotto c'era un sacchetto e dentro, avvolta in un foglio di carta oleata, c'era una pistola. Era una .44 ad avancarica, spieg pap, e la capsula a percussione era stata modificata per poter inserire le cartucce.
Quando me la diede quasi mi piegai, tanto era pesante.
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- Ti conviene scappare, - mi disse. - Dir che non ti sei fatto vedere. Non puoi prendere il cavallo che usiamo per l'aratro: se lo facessi correre morirebbe in poche ore. E poi sarebbe una mossa prevedibile, scoprirebbero che sei passato di qui e ti rintraccerebbero in un attimo. Ti conviene attraversare i campi e arrivare al canale, dove ti puoi nascondere tra gli alberi. Continua fino al bosco di pini, poi piega verso ovest e prosegui in quella direzione. Figlio mio, non tornare pi. Quelli ti aspetteranno. I bianchi hanno la memoria lunga anche per le fesserie, se a farle  stato un nero. E quel Ruggert  uno dei peggiori.
Annuii: mi sentivo cos debole che quasi non riuscivo a reggermi in piedi, e ancora non avevo realizzato in pieno il fatto che stessi andando via per sempre.
- Prendi la pistola,  carica, ma cerca di non usarla. Se ti trovano, tienila con tutte e due le mani e mira al bersaglio grosso. Se ti circondano, conserva un proiettile per te, mira alla tempia e spara, perch se ti mettono le mani addosso  peggio, fidati.
Ero gi terrorizzato, e quel consiglio mi mise le ali ai piedi. Intanto pap aveva tirato fuori il suo vecchio orologio da quattro soldi e me lo diede, dicendo che il tempo in certi casi era determinante, dopodich mi abbracci. Ficcai l'orologio in tasca, la pistola in un sacco, e in un baleno corsi fuori, attraversai i campi e mi diressi al canale che si trovava alle spalle di casa nostra.
Mentre mi allontanavo sentii mio padre gridare: - Corri, Willie, corri!
Ero un fulmine, arrivai al canale che scorreva in mezzo agli alberi in un batter d'occhio. Inciampai, scivolai lungo un lato e per poco non persi la pistola. Mi rimisi in piedi e ricominciai a correre nell'acqua poco profonda che strisciava sul fondo del canale come un piccolo serpente bagnato. Mi convinsi che se fossi rimasto in acqua avrei potuto seminare i cani e, se ci fossero stati abbastanza sassi sul fondo, avrebbero perso le mie tracce. Quel piano and rapidamente a farsi fottere appena capii che stavo correndo nel fango e lasciando impronte che persino un cieco col bastone sarebbe stato capace di seguire. E poi un cane non aveva bisogno dell'odore dei miei piedi per mettersi sulle mie tracce. Comunque continuai, e in men che non si dica mi ritrovai nel punto che cercavo: il bosco di pini.
Mi tirai su dal bordo del canale e corsi tra gli alberi. Fu in quel momento che sentii i cavalli che schizzavano acqua dappertutto. Mi avevano raggiunto pi velocemente di quanto avessi sperato. Mi fermai un momento per dare un'occhiata, e sporgendomi dal bordo del canale vidi un cavallo, e sopra di lui Ruggert, che ora indossava una camicia e un vecchio cappello nero. Aveva una pistola nella fondina, sul fianco. Aveva fatto pochissima strada quando un altro uomo sopraggiunse. Non aspettai di sapere quanti fossero, perch erano sicuramente molti pi di me.
Si separarono, aprendosi a ventaglio tra i pini. Cominciai a muovermi con cautela. Mi convinsi che la cosa pi giusta da fare fosse tentare un giro largo, sbucando alle loro spalle prima di immergermi nel torrente. Non avevano cani, ma avevano fatto bene i conti. Sapevano che sarei andato a casa da mio padre, ed era per questo che erano riusciti a raggiungermi cos velocemente: gli era bastato seguire le mie orme nei campi e nel canale.
Mi inoltrai in mezzo agli alberi, facendo un lungo giro, e mi buttai di nuovo in acqua, ma molto pi avanti del punto in cui mi trovavo poco prima. Quando raggiunsi di nuovo il canale, dentro non c'era pi un rivolo d'acqua. Era diventato largo, e ora non sembrava pi un torrente ma una vera e propria palude. C'erano canne, tronchi secchi e alberi che crescevano sul letto del fiumiciattolo. Non potevo fare altro che guadare e provare a mettere i piedi sul terreno asciutto, che pareva per piuttosto lontano.
Mi immersi, stringendo il sacco con la pistola: l'acqua non era profonda ma lurida. Mi diressi verso il punto in cui gli alberi erano pi fitti, e dopo pochi metri sentii di nuovo un cavallo spruzzare acqua. Mi girai e vidi Ruggert che veniva verso di me, anche se il suo cavallo faticava ad avanzare in quella melma.
Url agli altri che mi aveva beccato proprio quando l'acqua era diventata profonda e mi arrivava alla gola. Tenevo stretto il sacco con la pistola, pur sapendo che doveva essere completamente bagnata e quindi inutilizzabile.
In quel momento feci un altro passo e sprofondai. Mi ritrovai sotto prima ancora di poter dire "Oh, merda".
Non so per quanto tempo rimasi sommerso, ma credo per parecchio. Ricordo solo di essere riemerso dall'acqua, sbuffando dal naso. In quel preciso istante qualcuno spar e io sentii un lato della mia testa, la parte proprio sopra l'orecchio, bruciare come se fosse stato colpito da un fulmine, dopodich tutto divent nero come la pece.
Non restai in quelle condizioni a lungo, perch Ruggert e il suo cavallo mi furono subito addosso. Ancora in sella, Ruggert mi afferr per il collo, mi sollev e mi schiacci contro un fianco del cavallo, finch non riusc a tirarmi fuori e stringermi in una presa ferrea.
Rispetto a lui ero magro e leggero. Ruggert era forte, stava tentando di portare il cavallo fuori dall'acqua, trascinandomi con s. Fu allora che feci oscillare il sacco con la pistola, a cui ero rimasto aggrappato anche nei pochi istanti in cui ero stato incosciente. Lo feci volare in aria, e che io sia dannato se non gli diedi una bella legnata, beccandolo nello stesso punto in cui lui mi aveva sfiorato con una pallottola.
Dalla sua bocca usc un suono simile a quello di una vacca che partorisce un vitello, e subito dopo cadde in acqua, fuori combattimento. Non sono certo di sapere il perch, ma lo rovesciai a faccia in su per evitare che annegasse. Gli guardai il volto: dimostrava molti pi anni di quanti ne avesse. Lo studiai a lungo. Aveva rughe sulla fronte, e un bitorzolo rosso nel punto in cui l'avevo colpito. I baffi erano bagnati e striati di grigio. Solo allora mi resi conto che, bench robusto, non era un uomo imponente, ma piccolo e muscoloso, con un ventre enorme. Non so perch avessi notato tutti questi dettagli, ma lo lasciai comunque a galleggiare nell'acqua, spicciandomi a uscire dal pantano per paura che il resto degli uomini sopraggiungesse. Neanche un alligatore sarebbe stato capace di venir fuori da quella palude pi velocemente di me: e a proposito di alligatori, avevo una gran paura di incontrarne uno, visto che non eravamo troppo lontani dal Sabine.
Non avevo idea di quanto tempo fosse passato, n di quanto ci avrebbero messo a trovare Ruggert, che a quel punto forse era gi morto. Correvo e basta. Gli alberi della palude diventavano sempre pi fitti e il terreno pi solido, finch non mi ritrovai sulla terraferma e riuscii a muovermi con scioltezza tra tronchi e macchie di pini. Cominciava a imbrunire, mi fermai un paio di volte per riposare, per tendere l'orecchio e sentire se i cavalli mi stessero raggiungendo, ma nulla.
Poich mi trovavo in un bosco fitto non riuscivo a vedere il sole e la direzione verso cui stava tramontando, dunque non avevo idea di dove fossi diretto.
Oltre il bosco c'era una radura. Mi guardai intorno e mi resi conto che avevo fatto un lungo giro per poi ritornare alla nostra propriet, solo che ora al posto della casa c'era un mucchio di cenere e legno carbonizzato. Il mio primo istinto fu quello di correre verso casa per vedere se riuscivo a trovare pap, ma non lo feci. Fu una decisione difficile, ma mi ero trascinato barcollando attraverso la palude e il bosco per tutto il giorno, e il sole stava tramontando come una mela marcia alla mia destra, mostrandomi finalmente dov'era l'ovest. Mi sedetti tra gli alberi, mi sistemai il sacco con la pistola in grembo e attesi fino a quando non fece buio.
C'era solo uno spicchio di luna quella notte, ma bast a farmi luce mentre avanzavo nei campi verso la casa carbonizzata. Alla luce della luna, mi sforzai di guardare bene attorno col terrore di imbattermi nel corpo di pap, cosa che in effetti accadde. Era pi nero di quanto lo fosse mai stato, e fumava come un mucchio di tabacco. Gli si vedevano le costole e le ossa del cranio, il fuoco gli aveva carbonizzato la pelle.
Avevano gettato vicino a lui il nostro maiale: probabile che gli avessero sparato o lo avessero accoppato con una botta in testa. Anche lui era carbonizzato: potevo vederne solo le zampe, e dai piccoli zoccoli si levavano spire di fumo che sembravano batuffoli di cotone. L'aria odorava di maiale fritto, o almeno mi piaceva pensare che fosse maiale, perch provavo fame e disgusto allo stesso tempo.
Ero cos debole che quasi non riuscivo a camminare. Il calore era troppo forte, non ce l'avrei mai fatta a prendere pap e spostarlo, e a quel punto non aveva neanche importanza. Non  che potessi prendermi cura di lui, appena si fosse raffreddata l'aria. Non poteva essere pi morto, l'avevano fatto fuori l o forse avevano rinchiuso lui e il maiale nella capanna e avevano appiccato il fuoco, semplicemente perch cos gli andava. Non ero sicuro di sapere cosa avessero contro il maiale: forse avevano solo voglia di uccidere qualcun altro, e visto che non ero nei paraggi era toccato a lui.
Decisi che non potevo lasciare l pap finch il suo corpo non si fosse raffreddato, perci andai nella stalla, che non era stata bruciata, presi una corda, la lanciai verso il corpo di pap per afferrarlo e lo trascinai fuori dalle rovine della baracca. Lo portai sotto una vecchia quercia, presi una pala dalla stalla e lo seppellii, il corpo che ancora fumava. Non costruii una croce n ammonticchiai delle pietre, perch non volevo lasciare segni della sua sepoltura, nel caso a qualche bastardo fosse venuta voglia di prendersela pure con i suoi resti. Raschiai un po' il terreno e vi misi sopra qualche foglia in modo che non fosse facile trovare il corpo, a meno che qualcuno non fosse venuto appositamente a cercarlo.
Una volta finito, mi chiesi se fosse il caso di dormire un po' nella stalla, ma poi vidi le sagome di quattro uomini a cavallo che sbucavano dal bosco alle spalle della propriet. Si stavano dirigendo verso la capanna. Arrotolai la corda su una spalla, presi la pala e il sacco con la pistola e mi avvicinai agli alberi, accovacciato, per osservare senza essere visto. Dal modo in cui stava in sella capii che uno di loro era Ruggert. Dunque non era morto. Pregai che la pistola non fosse bagnata, non potevo permettermi di sparare e fare cilecca. La tirai fuori dalla borsa lo stesso, feci sgocciolare l'acqua dalla canna, controllai quanti colpi avevo a disposizione, ne contai tre. Se pure la pistola avesse funzionato, non avrei potuto tenerli impegnati per molto, soprattutto se volevo conservare un colpo per me. Ma mi aggrappai comunque all'arma, nel caso avessi dovuto fare un tentativo.
Insomma ero l, nascosto all'ombra degli alberi, accucciato, mentre li guardavo avvicinarsi alla capanna con i cavalli e cominciavo a sentire le loro voci. Nella notte potevo udire ogni suono con assoluta precisione, come se fossero accanto a me. Restai fermo ad ascoltare finch non furono vicini alla casa bruciata. Si guardarono in giro per un po', senza mai scendere da cavallo.
- Mi sembra che sia rimasta solo cenere, Sam, - disse quello pi vicino a Ruggert. - Non vedo neanche le ossa -. L'avevo visto altre volte in citt, quello l, ma non sapevo molto di lui, tranne che era un ubriacone e si chiamava Hubert, o una roba del genere. Gli altri non li conoscevo.
- Voglio quel maledetto negro arrogante, - disse Ruggert. - Lo voglio fare a fettine, appenderlo a una corda, bruciarlo, di tutto gli voglio fare.
Il negro arrogante ero io, naturalmente.
- Visto che ci siamo, dovremmo bruciare pure la stalla, - continu Ruggert. - Secondo me c' qualche gallina da fare fuori.
- Ah, che cavolo, - disse l'uomo accanto a lui. - Ne ho abbastanza per oggi, torniamo indietro. Ne abbiamo fatto secco gi uno, stanotte, e per ora sono soddisfatto.
- Non era il culo di tua moglie che stava guardando, quel negro.
- Per la miseria, il culo  la cosa migliore che ha tua moglie, - disse uno degli altri. - Pure io ci ho buttato un occhio, ogni tanto.
- Ma questa volta  stato un negro a buttare l'occhio, - rispose Ruggert.- Posso capire un bianco, ma un negro?  sbagliato, e tu lo sai.
- Abbiamo fatto tutto il possibile: io sono stanco, - disse Hubert. - Nono nessuna intenzione di trascorrere il resto della notte a cercare un negro nella palude.
- Riprenderemo domattina, - disse Ruggert.
- Riprenderai senza di me, - disse un altro.
- Dovevamo essere a casa per cena, - aggiunse un terzo.
- Non mi dar per vinto finch non l'avr trovato, - disse Ruggert. -Prender un cane e lo inseguir, ecco cosa far.
In quel momento sentii un rumore alle mie spalle, come i passi di qualcuno che tentava di avanzare furtivamente. Mi voltai con la pistola in mano, sperando che facesse fuoco, e vidi il vecchio cavallo per l'aratro, il nostro Jesse. Vagava nel bosco, diretto verso di me. Mi alzai in piedi, il cavallo si avvicin e mi guard: probabilmente si aspettava la biada che non aveva avuto, quel giorno. Fece un nitrito.
Sentii Ruggert dire: -  il cavallo del vecchio negro -. Qualcuno spar, Jesse si impenn leggermente per poi voltarsi e scappare, nitrendo ancora di dolore.
Ci fu un altro sparo nella stessa direzione, poi cadde il silenzio. Mi sdraiai dietro l'albero, allungai il collo e diedi un'occhiata. Se ne stavano andando, dopo aver bruciato la nostra casa, ucciso mio padre e un maiale, rischiato di far fuori i polli e sparato a Jesse. E, naturalmente, avevano cercato di uccidere me. Era stata una giornata bella piena, per loro.
Volevo seguirli in citt e ammazzarli tutti e quattro. Ma nonostante lo stato in cui ero, sapevo bene che non era una buona idea. Ero un bambino rispetto a loro, avevano i fucili carichi e io una vecchia pistola che poteva funzionare o non funzionare. E anche se avesse sparato disponevo solo di tre proiettili, mentre loro erano quattro. Trattenendomi a fatica, mi stesi a terra e aspettai che se ne andassero. Quando fui sicuro che fossero spariti, misi la pistola nel sacco e andai a cercare Jesse nel bosco. Lo trovai quasi subito. Non era un cavallo veloce, era troppo vecchio per correre. Lo accarezzai, notai che il proiettile gli aveva sfiorato il ventre. Ruggert sembrava avere un talento speciale per mancare di poco l'obiettivo.
Uscii dal bosco, e come avevo previsto Jesse mi segu fino alla stalla. Aprii le doppie porte, lo feci entrare e gli diedi del grano, andai al pozzo e riempii d'acqua un secchio per poi svuotarlo nell'abbeveratoio. Cercai in giro qualcosa da mangiare, ma per me non c'era nulla. Avevamo delle galline nel pollaio dietro la stalla e andai a liberarle, visto che nessuno poteva pi occuparsi di loro. Raccolsi la mezza dozzina di uova che quel giorno non erano state ancora prese, le misi in un secchio e tornai nella stalla. Poi le tirai fuori e le sistemai su un mucchio di fieno.
Trovai dei fiammiferi nella stalla, presi del fieno e dei rametti da fuori e accesi un fuoco. Misi il secchio su un ciocco, ruppi le uova e le cucinai l dentro. Si attaccarono un po' sul fondo, ma appena il secchio si raffredd raschiai tutto con le mani e mi leccai pure le dita.
Finito di mangiare, decisi di dormire per almeno un paio d'ore. Mi risvegliai piangendo. Piangevo per la morte di mamma, perch pap era stato ucciso. Ero furioso perch ero stato inseguito e quasi ammazzato per aver guardato il culo di una donna bianca. Ed ero incazzato perch avevano sparato a Jesse, che per loro era pericoloso come una foglia portata dal vento.
Mi alzai dalla coperta che avevo steso a terra, presi una sella, le briglie e tutto ci che serviva e preparai Jesse. Lo portai fuori dalla stalla. Era una notte serena, limpida. La luna regalava alle cose una luce dorata, liscia come il burro spalmato con un coltello. Che cosa assurda: il mondo sembrava cos bello, l'aria cos pulita, e pap era sepolto sotto un albero. Portai con me Jesse fino alla quercia, dove diedi l'ultimo addio a pap. Mamma era stata sepolta in un cimitero per gente di colore. Avrei voluto far visita alla sua tomba, ma poi pensai che lei e pap erano morti, e che sarebbe stato inutile. Una volta mamma mi aveva detto che voleva per me una vita migliore e che la libert mi avrebbe dato grandi possibilit. Disse: "Hai un'occasione, non sprecarla".
Mi torn in mente quando era a letto malata: stava per morire, mi aveva preso la mano e aveva detto: "Willie, sei la nostra speranza. Devi andare avanti e realizzarti. Farai grandi cose".
Be', non potevo essere certo che avesse ragione, ma sapevo che mamma ci credeva davvero e volevo che fosse cos. Dovevo inseguire il sogno che aveva coltivato per me, non andare a salutare la sua tomba. Il futuro era nel sogno, non in una lapide.
Fu allora che cominciai a pensare alle storie che avevo sentito a proposito dell'esercito di colore, e mi convinsi che quella doveva essere la mia destinazione, anche se non era proprio dietro l'angolo ma in Texas, a ovest. Andai con Jesse fino al canale, una volta dentro montai in groppa e Jesse si incammin schizzando acqua, fino alla palude. Da l risalimmo e proseguimmo per un tratto lungo la strada che costeggiava la palude, passando dal luogo dove io e Ruggert ci eravamo scontrati. Nonostante Jesse arrancasse come se stesse trascinando un aratro, macinammo un bel po' di miglia. La palude era ricoperta da una nebbia cos spessa che sembrava una nuvola caduta dal cielo. Attraversammo quella nuvola, con l'umidit che ci si attaccava addosso come un vestito bagnato.
Quando il sole bruci la nebbia, lasciammo il sentiero e ci inoltrammo nel bosco. Il terreno tra gli alberi era sgombro, ma quando arrivammo vicini al fiume cominciarono a spuntare fuori i rovi.
Avevo messo nel sacco un po' di grano per Jesse e quando fu il momento glielo feci mangiare direttamente da l. Non tanto da fargli venire troppa sete, o da gonfiarlo all'eccesso. Avevamo solo l'acqua con cui avevo riempito una vecchia borraccia da whisky, che avevo trovato nella stalla e legato alla sella con una corda. E comunque stavamo per arrivare al fiume Sabine. L un cavallo avrebbe potuto dissetarsi quanto gli pareva: quanto a me, ci avevo provato una volta mentre pescavo e mi era venuta una diarrea di quelle colossali, roba da trascorrere il resto della mia vita sulla tazza del cesso.
Il Sabine non era un grande fiume, ma era profondo, e Jesse fu costretto a nuotare per attraversarlo. L'acqua era stagnante, ma c'erano un paio di tartarughe che davano spettacolo giocando tra loro. Guardavo le loro teste di serpente abbassarsi nell'acqua e scivolare sotto le ombre degli alberi che sporgevano lungo la riva. Pass un grosso persico, tutto colorato: c'era cos tanta luce che riuscii a vederlo bene, e il solo fatto di guardarlo mi fece venire di nuovo fame.
Ci furono un paio di volte in cui pensai che Jesse non ce l'avrebbe fatta a continuare, ma tenne duro e arrivammo dall'altra parte del fiume. Scivolai gi dalla sella, presi del fango puzzolente dalla riva e lo schiaffai sulla ferita alla testa, che mi si era riaperta e stava sanguinando parecchio. Feci lo stesso per la ferita di Jesse e poi camminai al suo fianco finch fu di nuovo pronto a sopportare il mio peso. E cos proseguimmo il viaggio verso ovest, costanti come il ticchettio di un orologio.
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CAPITOLO 2.
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Quel giorno il mio viaggio verso ovest non arriv molto oltre la met dell'East Texas, ed ero cos affamato che vedevo strisciare per terra pane imburrato. Diedi di nuovo da mangiare a Jesse e mi ficcai in bocca un po' del suo grano, cosa che non mi diede alcuna soddisfazione. Non capivo che ci trovasse Jesse di cos appetitoso. Era un pensiero sciocco, ma in quel momento non ero lucido. Cercavo sempre di camminare dove fossi meno visibile, ma ero talmente sfinito per gli eventi del giorno precedente e per aver dormito pochissime ore che l'unica cosa di cui ero certo era che stavo seguendo il sole. Se Ruggert mi fosse saltato addosso in quel momento per me sarebbe stata la fine. Ero coperto di zecche e pulci e mi prudeva dappertutto, parti intime comprese. Sapevo che, se mi fossi fermato, non sarei pi riuscito a rimettermi in marcia.
A un certo punto gli alberi cominciarono a diradarsi e mi ritrovai in un posto che era stato disboscato, anche se nella radura c'erano ancora alcuni tronchi sparsi. Pi in l spuntavano delle verdure su un terreno ben arato, venti acri o gi di l. Dall'altra parte del campo c'era una casa dall'aspetto confortevole, un fienile e alcuni recinti in legno, una mangiatoia e altra roba del genere. Tutto sembrava molto curato, cosa che apprezzai non poco. Avrei apprezzato anche una bella mangiata.
Faceva un po' meno caldo. Legai Jesse a un albero, tirai fuori la pistola dal sacco, appoggiai il sacco a terra e ci misi sopra la pistola, poi strisciai nel giardino. Raccolsi una mezza dozzina di pomodori - grandi e grossi - poi mi avvicinai alle pannocchie e ne strappai una dozzina, alcune delle quali contenevano diverse spighe. Detestavo farlo, rubare il frutto del lavoro altrui, ma se non avessi mangiato qualcosa avrei rischiato di crepare di fame. Sgattaiolai fino all'albero a cui avevo legato Jesse, gli diedi gli steli delle spighe e mangiai il resto. Mi sarebbe piaciuto tanto immergerle nell'acqua bollente e cospargerle di sale. Mangiai i pomodori, almeno quattro. Quando fui sazio diedi il resto a Jesse. Restammo l durante le ore pi calde, e io mi addormentai sugli aghi di pino, sperando che Jesse non mi calpestasse. Dormii con la mano sulla vecchia pistola.
Quando mi svegliai era buio e l'aria era fresca. Jesse era fermo con la testa bassa. Afferrai il sacco e ci infilai dentro la pistola, mi tirai dietro Jesse lungo i confini del campo coltivato e quando lo superammo cominciai a gironzolare attorno alla stalla e al recinto. Quella notte la luna era pi piccola, ma riuscivo comunque a vedere dove mettevo i piedi. Scorsi persino un vecchio serpente toro che strisciava sul terreno, bello tranquillo. Mi sentivo cos gi di morale che avrei quasi potuto strisciare insieme a lui.
Mi avvicinai al recinto. Dentro c'erano alcuni cavalli. La stalla era aperta, e i cavalli potevano entrare e uscire a loro piacimento. Tolsi a Jesse sella e briglie e lo lasciai libero nel recinto. Presi l'orologio di pap dal sacco e lo appoggiai su un paletto. In quel momento mi sembr pesante come un'incudine. Quell'orologio e Jesse erano tutto ci che mi restava di mio padre. Ma lui non avrebbe mai voluto che prendessi un cavallo senza pagarlo, anche se Jesse e l'orologio non valevano neppure un decimo di uno qualunque di quei magnifici esemplari.
Accarezzai Jesse, triste all'idea di abbandonarlo, anche se sapevo che il proprietario di quel terreno si sarebbe preso cura di lui molto meglio di quanto avrei mai potuto fare io. Volevo lasciare un biglietto per spiegare quanto fosse bravo a tirare l'aratro e obbediente, ma non avevo carta e matita, con me.
Presi in mano briglia e redini di Jesse, saltai la staccionata e cominciai a girare tra i cavalli. Avevo la pistola nel sacco, che tenevo legato alla cintura. Scelsi un grande cavallo nero. Cercai di calmarlo, ma quello continuava a indietreggiare e sbuffare. Tubai con lui come una colomba e quando riuscii ad avvicinarlo si sollev e scalci con le zampe anteriori, colpendomi. Non mi fer: la scampai per un pelo. Mentre tentavo di rialzarmi, un uomo grosso con un cappello floscio sulla testa usc dall'ombra, si chin su di me e mi mostr il buco all'estremit di una pistola. Persino alla luce della luna riuscii a vedere chiaramente che indossava pantaloni dell'esercito confederato, rattoppati e infilati negli stivali alti.
- Forse ti conviene restare immobile, - disse. - Cos mi risparmi dispararti.
Raddrizz la schiena, e la luce della luna gli illumin la faccia in modo che potessi vedere anche sotto la tesa del cappello. Aveva un volto vecchio e ruvido, affilato e irregolare, come gli arnesi di un contadino. Gran parte di quell'aspetto era dovuto ai suoi baffi aggrovigliati.
- Non volevo rubare nulla, - gli dissi.
- No? - disse lui. - C'ero quasi cascato, pensa.
- Avrei dato in cambio un cavallo e un orologio.
- Ah, s? Davvero? - Vag con lo sguardo fino a posarlo su Jesse. -Quel mucchio di ossa vecchie come il cavallo di Troia?
Non avevo idea di cosa fosse un cavallo di Troia, ma lo immaginai molto vecchio.
- Anche un orologio, - dissi.
- Anche un orologio, dici?
- S, signore, - ribadii, e non vedevo l'ora di alzarmi perch ero finito su una grossa merda di cavallo. Non solo mi si era infilata sotto la camicia, ma puzzava in modo indicibile.
- Com' che ticchetta l'orologio?
Provai a fare il suono delle lancette con la bocca.
- No, no, - disse. - Intendevo: funziona bene?
- Funziona bene, ha solo il vetro un po' graffiato per colpa delle monete e dell'altra roba che mio padre aveva sempre in tasca.
- Le lancette si vedono bene?
- Se hai occhi buoni, s.
- Il fatto  che, purtroppo, un orologio gi ce l'ho -. Mi guard per un'istante, poi disse: - Dovrei farti un nodo al pisello, figlio mio, per aver messo le mani su uno dei miei cavalli.
- Sono disperato, - dissi.
- Ah, s? - disse lui.
Restammo in quella posizione per un po', come se stessimo posando per un dipinto, finch il tizio guard verso il cielo e disse: - Dovevi entrare dall'altra parte, dalla stalla, scavalcare il recinto e inseguire il cavallo nel fienile, dove non avrei potuto vederti. Un cavallo, quando si trova nella stalla, non si agita troppo se lo disturbi, o cerchi di separarlo dagli altri. L avresti fatto meno casino.
- Non lo sapevo, - dissi. Pensavo fosse il caso di essere gentile e lasciargli condurre il gioco.
- Be', sono solo dettagli, ma ho pensato che se volevi fare carriera come ladro di cavalli qualche consiglio ti sarebbe servito.
- Lei lo  stato? - chiesi.
- S, ma durante la guerra, e rubare cavalli per combattere  consentito.
- Anche io mi trovo in una specie di guerra, quindi potrebbe concedermi le stesse attenuanti.
- Dici?
Mi ero appoggiato sui gomiti, cercando di scrutare il tizio, chiedendomi se sarei riuscito magari a saltare in piedi e sfrecciare tra i paletti del recinto, per poi darmela a gambe. Ma qualcosa nel modo in cui teneva la pistola, quasi come fosse un prolungamento delle sue dita, mi fece desistere.
- Senti un po', - disse, dopo tanto di quel tempo che sembrava dovesse farsi giorno da un momento all'altro. - Raccontami perch volevi rubare il mio cavallo.
- Vuole davvero sapere tutta la storia? - chiesi.
-  quello che ti ho chiesto, mi pare.
Per un momento pensai di inventarmela di sana pianta, ma poi decisi che non sarei stato all'altezza. Gli raccontai quanto era accaduto, avendo cura di dire che avevo lasciato andare il primo cavallo rubato, il quale a quel punto era di sicuro nella sua stalla a fare tutto ci che i cavalli amano fare a quell'ora della notte.
- Niente male come storiella, - disse lui.
-  la verit.
- Ah, s?
- Parola per parola, - dissi, e dopo quasi mi sentii a disagio, come se avessi detto una bugia e cercassi di farla passare per verit.
- Lo giuri che  tutto vero?
- Lo giuro.
- Andavi d'accordo con tua madre? - mi chiese.
- Abbastanza. E anche con mio padre. E mi piacciono il granturco e pure le rape, se sono condite come si deve.
- Tuo padre  stato bruciato vivo? - disse. - Lui ti piaceva?
- Era l'unico che avevo.
- Io ne avevo due, - disse. - Uno mi ha fatto nascere, l'altro mi ha tirato su. Non andavo d'accordo con nessuno dei due. A dire il vero non lo so se sarei andato d'accordo con quello che mi ha messo al mondo, visto che non ho mai avuto la possibilit di scoprirlo. Se l' filata e ha incrinato i nostri rapporti, diciamo cos.
- Capisco, - dissi.
- Quelle orecchie le hai ereditate da tua mamma o da tuo padre?
- Da mio padre, - dissi.
- Che sollievo. Se le avessi prese da tua madre, la poverina avrebbe dovuto perdere un sacco di tempo a coprirsele. Per un uomo non  un problema avere orecchie del genere. Va bene. Tirati su.
Mi tenne la pistola puntata addosso finch arrivammo alla casa, ci girammo attorno per andare sul retro e l mi fece togliere la camicia sporca di merda, i pantaloni e butt via le scarpe. Mi scort in casa sua, nudo. Cominciavo a temere che quell'uomo avesse in mente qualcosa di peggiore rispetto alle intenzioni di Ruggert. E invece mi diede un paio di vecchi vestiti. Mi chiese di indossarli, e io lo accontentai. Dovetti arrotolare un po' il bordo dei pantaloni; la camicia mi pendeva dalle spalle. Ero giovane ma ero alto un metro e ottantacinque, quindi potete immaginare la stazza del mio carceriere. Calcolai che fosse pi alto di me di almeno cinque centimetri, e pi grosso di venticinque. Aveva le spalle cos larghe che per passare attraverso le porte doveva mettersi di traverso e sembrava che avesse un barile sotto la camicia, all'altezza del torace. Aveva pure un po' di pancia, ma non si pu dire che fosse grasso.
La casa era abbastanza grande. Poteva contenere tre volte la nostra, forse quattro, e c'era posto per Jesse e per almeno una mezza dozzina di polli, pi un asino. C'erano diverse stanze oltre a quella in cui mi trovavo. E alcuni tappeti sui muri, un posto davvero strano dove metterli. C'era un leggero odore di fumo nella stanza, dovuto alla legna che ardeva nella stufa e al tiraggio che non funzionava bene. Nell'aria c'era anche un buon odore di cibo sul fuoco. Il mio stomaco si annod come la corda di un boia.
Non sapevo cosa mi aspettava, ma notai che il tizio aveva riposto la pistola nella fondina e appeso il cappello a un gancio accanto alla porta. Ora riuscivo a vederlo bene. Pensai che da giovane doveva essere stato molto bello, ma adesso, a guardarla da vicino, sembrava che la sua faccia fosse stata stropicciata, tenuta sotto la pioggia e lasciata asciugare al sole.
- Hai mangiato di recente? - chiese.
- No, signore, - risposi.
- Pensiamo a questo, prima. Ho solo del pane, ma anche una buona melassa dove inzupparlo.
Lo fissai per sincerarmi che facesse sul serio. Pareva di s.
Dissi: - Accetto volentieri, se ce n' per tutti.
- Ci siamo io e te, oppure le formiche.
Venne fuori che mi aveva detto una mezza bugia. Oltre alla melassa e al pane, che era stato appena sfornato, c'era anche una grossa pentola di fagioli, conditi con cipolla, pancetta, sale e un tocco di classe: peperoncino piccante. Mi fece sedere e mi serv come se fossi il suo padrone. Questo fatto mi agit parecchio. Nessun uomo bianco si era mai sognato di fare una cosa del genere per me. Riemp il mio piatto di fagioli, tir fuori un grosso barattolo di melassa con dentro un mestolo, poi mi port una tazza e vers del caff.
A quel punto si occup del suo piatto, si sedette dall'altra parte del tavolo e prese a fissarmi.
Dissi: - Grazie, signore, per non avermi sparato e per avermi dato da mangiare.
- Be', posso sempre spararti dopo che hai mangiato.
Rimasi semiparalizzato, con il cucchiaio pieno di fagioli a mezz'aria.
- Ma no, - disse, mostrando una bella fila di denti. - Sto scherzando. Cos il vecchio Ruggert ti cerca.
Naturalmente lo sapeva, gli avevo detto tutta la verit mentre ero disteso nella merda di cavallo del recinto.
- S, signore, - dissi. A quel punto avevo preso coraggio, perci tagliai un pezzo di burro e lo spalmai sul pane, misi un bel po' di zucchero nel caff e ci versai dentro del latte da una brocca. - Lo conosce, signore?
- Abbiamo fatto la guerra insieme. Prima ero il pastore della chiesa che frequentava.
- Pastore?
- Prima della guerra. La vita era semplice. Ti pagavano, e per giunta potevi svuotare i cestini delle offerte ogni domenica. Non male, come attivit. Non mi sembra pi tanto giusto, ora che non sono pi credente. Sono giunto alla conclusione che se il tuo lavoro consiste nel diffondere la parola e qualcuno ti paga per questo, vuol dire che non c' fede in quello che fai. E mi ero stancato di scervellarmi sul fatto che la Bibbia dicesse tutto e il contrario di tutto. In pratica finivi per predicare le cose che ti sembravano giuste, ignorando completamente le altre. Alla fine ho deciso che sarei stato un cristiano anche senza ascoltare quella roba senza senso che riguardava Cristo.
- Oh, - dissi.
- Cerco solo di fare del bene perch  giusto farlo, e non ho bisogno di troppe motivazioni. Ma questo non vuol dire che se mi combini casini non ti sparo nelle palle.
Non era proprio il caso di fare quella domanda, per non riuscii a trattenermi.
- Ha avuto schiavi prima della guerra?
- Quattro, tutti gran lavoratori. Poi un giorno, ero ancora un pastore, mi sono ritrovato a rileggere le storie sugli schiavi d'Egitto, su come furono liberati da Mos, che separ le acque, e tutte quelle stronzate a cui  veramente difficile credere. Per quelle storie mi hanno dato da pensare. Ero l a parlare dei poveri schiavi ebrei, predicavo comprensione e vicinanza, e poi tenevo in casa quattro schiavi. Una bella contraddizione in termini. Come sono i fagioli?
- Ottimi, signore.
- Bene. Vedi, tra i miei schiavi ce n'era uno pi anziano che mi diceva sempre quanto fossimo legati, quanto fosse felice che io gli dessi un tetto, del cibo e tutto il resto, cos quando  scoppiata la guerra vendetti gli altri tre e tenni lui. Lo lasciai qui a prendersi cura della propriet mentre combattevo, pensando che ci saremmo sbarazzati di quegli Yankee nell'arco di sei mesi. Be', non and cos. Quando finalmente riuscii a trascinarmi di nuovo qui, vidi che era tutto in rovina e Chase, il nome che avevo dato al mio schiavo, era scappato al Nord, portando con s pure un bel po' di roba. In quel momento capii che non mi aveva voluto poi tutto quel bene, ma subito dopo mi chiesi: perch avrebbe dovuto? Mia moglie, che  vissuta ancora un altro anno prima che il vaiolo se la portasse via, non riusciva a credere che si fosse comportato in quel modo, dopo tutto quello che avevamo fatto per lui. Aveva pure cacato al centro del salone. Proprio l, - indic la scena del crimine, che era non molto lontana dal tavolo. - Sgattaiol in casa e la fece prima di andarsene, in modo che mia moglie la trovasse.
Fissai il punto che stava indicando.
- Non ti preoccupare, - disse. -  successo anni fa, e qualche volta abbiamo lavato.
- S, signore, - dissi.
- Sembra una sciocchezza, ma quella cosa l, che lui l'abbia fatta, che sia scappato, mi fece riflettere. Mi dissi che forse uno schiavo di colore non era poi cos diverso da uno schiavo ebreo, e cominciai a cambiare modo di pensare. Dopodich non sono riuscito pi a predicare. Quel fatto mi aveva rovinato. Avevo sempre utilizzato il sermone di Cam, non so se lo conosci. Comunque, Cam vede suo padre, No, nudo. E No maledice suo nipote, per questo: il figlio di Cam, maledetto perch suo padre aveva visto le palle di suo nonno. No non maledisse Cam, maledisse suo figlio, Canaan, e tutta la sua discendenza. Per effetto della maledizione nacquero tutti neri, cos mi  stato insegnato, e furono condannati alla schiavit perch qualcuno aveva guardato un paio di palle. Prima la cosa aveva un senso, per me, ma solo perch non ci avevo riflettuto abbastanza. Dopo la guerra ci ho pensato a lungo. Non  che andassi in giro a guardare palle, ma qualcuna ne avevo vista anche io,  una cosa che accade frequentemente, soprattutto se sei nell'esercito o in un campo di prigionia Yankee, come me. Ti capita di vedere le palle degli altri e agli altri capita di vedere le tue, ma non per questo ti metti a maledire qualcuno, condannando alla schiavit intere generazioni. Erano tutte stronzate, a quel punto per me era chiaro come il sole.
- In effetti ha visto anche le mie, di palle, - dissi, riferendomi al fatto che mi ero cambiato i vestiti in sua presenza.
Lui fece mente locale, poi scoppi a ridere. - Mi sa di s, anche se non ho rivolto loro una particolare attenzione.
- Potrei lanciare una maledizione. Da questo momento tutti gli uomini bianchi diverranno schiavi.
Lui rise di gusto, cos forte che temetti di vederlo cadere dalla sedia e rotolare sul pavimento. Non avevo detto una cosa poi cos divertente, ma forse quella risata era un modo per tirar fuori qualcosa che aveva dentro da troppo. Dunque fu un bene.
Quando riusc a collegare di nuovo bocca e cervello disse: - Sai, secondo me No doveva avere attributi piuttosto scadenti per incazzarsi cos tanto quando glieli hanno visti. Cio, potrebbe essere una spiegazione, no? Hai sbirciato il mio scroto, quindi tu e i figli dei tuoi figli sarete maledetti.
- S, signore, - dissi. - Dovevano essere le palle pi brutte che siano mai state appese tra le gambe di qualcuno.
Sorrise, poi un'ombra gli pass sul viso. Il sorriso scomparve come una linea sottile nella polvere spazzata via da un getto d'acqua.
- Sai, mio figlio ci ha lasciato la pelle, in quella guerra.  stato ammazzato la prima volta che ha messo piede su un campo di battaglia.  sepolto in Virginia. Fu mandato lontano da dove ero io. In un'altra zona di guerra, un altro teatro, chiamiamolo cos. Qualche tempo dopo, quando ero ormai fuori dal campo di prigionia e gi a casa, un tizio che era stato insieme a Tad mi vide e mi diede il suo orologio. Mi disse che si era fermato nel momento in cui era stato colpito, e che era come se Dio si fosse accorto cos della sua morte. Be', io avevo gi capito un paio di cose su Cam e No e Canaan, ed ero giunto a certe conclusioni sulla schiavit, ma questa le superava tutte. Dico io, mio figlio muore, il suo orologio si ferma, e questo sarebbe un segno di Dio? Non poteva deviare il proiettile, o far tornare mio figlio a casa, o riportarlo indietro dal mondo dei morti, per si  preso la briga di fermare un orologio? Come facevano a essere cos sicuri nella confusione della battaglia che l'orologio si fosse fermato nel momento esatto della sua morte? Forse si  fermato perch Tad ci  caduto sopra, o roba del genere. Prima di allora, per me certi piccoli segni significavano qualcosa. Come una nuvola a forma di ali d'angelo. Un falco che volava sopra la mia testa con un serpente in bocca. L'unica cosa che ho provato, dopo che quel tipo mi ha dato l'orologio e se n' andato,  stata una gran rabbia. Da allora il secchio di Dio non contenne pi acqua. Quel secchio aveva un buco sul fondo. Pi pensavo all'orologio, pi mi convincevo che Dio non fosse cos amorevole. Era come un grande orologiaio: noi eravamo gli ingranaggi del suo orologio, e la terra dove viviamo ne era la superficie scivolosa. Finito di costruirlo, e dopo averlo caricato, si  seduto e ha detto: "Bene, buona fortuna figli di puttana, il mio compito finisce qui".
Riflettei un istante sul suo ragionamento, e Dio mi maledica se non lo trovavo logico, cosa che mi spavent non poco. Se l'omaccione aveva ragione, eravamo tutti soli sulla faccia della terra.
In quel momento mi guard come se avessi avuto un grosso insetto che mi strisciava sulla faccia, e chiese: - Torta?
- Come ha detto, signore?
- Ti va un pezzo di torta? C' una torta di mele nello scaldavivande, mi sembra che sia venuta bene, anche se  un po' ammaccata al centro.
In effetti era venuta bene, e ce la facemmo fuori tutta, quella dannata torta. Bevemmo una tazza di caff, dopodich mi port di nuovo fuori. Camminammo fino a un campo che si trovava oltre quello che avevo gi visto. Era sgombro, a parte qualche ceppo e una quercia gigantesca proprio nel mezzo, sotto la quale si trovavano delle sedie. Le usammo per sederci. Sopra di noi c'era questo enorme varco tra i rami, che era come una finestra tra l'albero e il cielo. Se alzavo gli occhi potevo vedere benissimo le stelle, e cos facemmo, mentre lui mi spiegava che esistevano cose chiamate costellazioni, e che da dove eravamo seduti potevamo vederne una. Mi disse come si chiamava, ma il suo nome mi  sfuggito di mente. In quel momento non  che mi importasse granch di quelle cose, forse per questo non lo ricordo pi. Ero pieno di cibo e mi sentivo sfinito, nonostante i litri di caff. A un certo punto, tra le sue chiacchiere su un gruppo di stelle e l'altro, la testa mi cadde all'indietro, gli occhi si chiusero e mi abbandonai al sonno, come se stessi lentamente scivolando lungo un pendio coperto di fango, verso un campo di erba soffice e asciutta, avvolto nell'oscurit.
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CAPITOLO 3.
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Quando mi svegliai il giorno dopo ero ricoperto di rugiada, o almeno lo era la mia faccia, ma qualcuno mi aveva messo addosso una coperta pesante e cominciavo a prendere calore. Aprii appena un occhio e scoprii che ero ancora sotto quella quercia in mezzo al campo.
Mi alzai, mi stiracchiai e vidi che a terra c'era un foglietto tenuto fermo da due pietre. Era bagnato ma non illeggibile. Qualcuno vi aveva disegnato una freccia che puntava verso casa. Ci pensai su per un po', chiedendomi se tornare alla casa o partire per l'ovest. A farmi prendere la decisione finale fu il pensiero della cena eccellente che mi era stata offerta, cosa che mi faceva ben sperare in una colazione dello stesso livello. Forse avrei potuto sdebitarmi lavorando. Sapevo che c'erano persone perbene tra i bianchi, ma la sera prima avevo preso in considerazione il fatto che tra essi ci potessero addirittura essere delle persone buone. Poi pensai anche che poteva trattarsi di una trappola per topi: la cena della sera precedente era il formaggio, e io sarei tornato a casa, dove ad aspettarmi ci sarebbe stato Ruggert su un cavallo e con una corda in mano.
Alla fine decisi di andarci lo stesso. Giunsi fino al recinto, dove il tizio grande e grosso stava dando da mangiare ai cavalli, prendendo del grano da un sacco per riversarlo nella mangiatoia.
- Eccoti, - disse. - Per un momento ho pensato che te la fossi svignata.
- Non  che non ci abbia pensato anche io.
- Sai che ti dico? - disse. - Faremo in questo modo. Entra in casa, prendi dei biscotti, sono nello scaldavivande, e versati una tazza di caff. Anche due, se vuoi. Ti farai una bella sudata, perch ho intenzione di metterti sotto a lavorare, ma se hai bisogno di darti una lavata - e dall'odore che mi porta il vento direi di s - c' dell'acqua calda sul fornello, puoi versarla nella vasca.  sufficiente per un bagnetto veloce, non di pi. Ti far stare meglio quando sarai nei campi. Fallo, poi raggiungimi in fondo al campo, raccoglieremo i pomodori. Ho gi preparato i sacchi e il resto, tutto ci che dovrai fare  faticare. Ti sembra fattibile, ragazzo?
- S, signore.
Entrai in casa, mangiai due biscotti spalmati di burro, bevvi due tazze di caff in cui avevo messo latte e zucchero, versai l'acqua nella vasca che era stata sistemata accanto alla stufa e mi diedi da fare sul mio corpo lurido con del sapone di liscivia. Mi occupai delle zecche e delle pulci finch fui convinto di averle tolte tutte, poi mi vestii e feci una puntatina nel bagno sul retro. Avevo avuto un risveglio come Dio comanda, dunque ero pronto per raggiungere il mio ospite che era gi al lavoro.
Mi pass un sacco, poi disse: - Da quello che racconti sei un contadino. Sai come raccogliere pomodori maturi senza ammaccarli o strappare le piante, giusto?
Ribadii di esserlo e cominciai la raccolta. Io mi occupavo di una fila e lui di un'altra. Lavorammo fianco a fianco, accaldandoci e sudando sempre pi man mano che le ore passavano.
Dalla sua fila mi disse: - Sai, in realt il pomodoro non  un ortaggio,  un frutto.
- Non lo .
- Appartiene alla stessa famiglia della belladonna, ci sono piante di quella famiglia che potrebbero avvelenarti dalla testa ai piedi, ma non  il caso del pomodoro.
- I pomodori hanno famiglia?
- Non nel senso che hanno mamma, pap, tre bambini e un cavallo. Ogni cosa, vegetale o animale, insetto o quel che sia,  catalogata dalla scienza in regni, classi, famiglie, sottofamiglie, generi, specie e cos via. Se non ho davanti i miei libri non ricordo tutti i nomi, comunque cos .
- Ma va'!
- Tu non hai la minima idea di quello che sto dicendo, vero, ragazzo?- Direi di no.
- E allora non essere cos dannatamente accondiscendente. Ti spiego.
E cos fece. Durante quella giornata imparai tante cose sui pomodori, sul grano, sulle patate e parecchio sui fagioli, che venivano chiamati legumi, e imparai pure che i piselli si chiamavano anche in un altro modo, ma che sia dannato se me lo ricordo. Forse lo stesso nome dei fagioli, ora proprio non mi viene in mente. Il ravanello aveva dei cugini. Le patate dolci erano cugine alla lontana dei pomodori, cosa che non avrei mai detto, ma non appartenevano comunque alla famiglia della belladonna come i pomodori. Lo disse come se dovessi sentirmi sollevato dalla notizia. Sapeva tutto ci che c'era da sapere sulle piante. Io avevo parecchia esperienza nel raccogliere, strappare, tirare e sotterrare tutta quella roba, e sapevo come mangiarla, ma c'era evidentemente molto altro da conoscere, tipo il fatto che mangiavo piante con una specie di cognome di famiglia, cosa che mi faceva sentire quasi un cannibale.
Quando ebbe esaurito l'argomento, commisi l'errore di chiedere come avesse fatto a coltivare piante cos grosse e pomodori cos succosi. Feci un'osservazione sul terreno scuro, che non era comune nell'East Texas, dove la terra era piuttosto rossa o bianca e sabbiosa. Be', fu come aprire una porta con dietro un'enorme mandria di cavalli, e ritrovarseli addosso. Praticamente lui sotterrava le piante e le lasciava marcire nel terreno, invece di estirparle e buttarle via come facevano gli altri agricoltori. Anche pap faceva cos, le buttava via. Il tizio disse che le ripiegava nel terreno con l'aratro, insieme alla giusta quantit di letame secco e maturo di gallina, cavallo e maiale, e se il terreno era troppo acido, come nella maggior parte dell'East Texas, usava anche cenere di legna.
Sapevo gi del letame e della cenere, io e pap li usavamo, ma quel giorno imparai, o almeno ascoltai ci che aveva da dire sul fatto che i vari tipi di merda secca potessero essere miscelati con ogni sorta di resti di cibo, piante morte, e poi riscaldati naturalmente appena si decomponevano.
Continuava a dire: - Devi fare strati su strati -. Tutte quelle chiacchiere mi facevano dormire in piedi, ma tenni duro, mi conveniva.
Pi tardi mi fece attaccare i cavalli a un carro per poi portarli dove avevamo sistemato i sacchi di pomodori. Il tragitto fino alla stalla e ritorno fu piacevole: era un sollievo, poter restare in silenzio. Devo ammettere, per, che l'esperienza non mi aveva mai insegnato granch. Quando tornai da lui, gli chiesi: - Come mai hai tanti cavalli e nessun mulo? Non credo sia una questione di soldi...
- I muli lavorano duro, sono intelligenti e figli illegittimi di un asino e un cavallo. Ma come mulo basto io.
Pian piano stavo imparando a non dire nulla che potesse dare l'avvio a una discussione, visto che a quanto pareva lui sapeva un po' di tutto. Anzi, per meglio dire, sapeva tutto di poche cose. Comunque, dovevo credergli sulla parola. Per quanto ne sapevo io, poteva darsi benissimo che non sapesse distinguere una merda di procione da un chicco di caff. Pensateci: il pomodoro, per esempio, come diamine poteva essere un frutto? E avevo i miei sospetti anche sulle patate dolci. Forse pure loro appartenevano alla famiglia della belladonna.
Sistemammo tutti quei pomodori, ed era solo mezzogiorno. Era un gran lavoratore.
Mi disse: - Senti un po'. Ci sono un paio di lavoretti da portare a termine, e se ti va di farli mentre vado in citt a vendere i pomodori, quando torno potrei preparare una bella cena a base di pollo fritto. Riscaldo i fagioli e ci teniamo qualche pomodoro, qualcuno di quelli verdi, buoni da friggere. Potrei pure infornare un paio di patate dolci e condirle col burro. E, diamine, comprer dello zucchero di canna. Ti piacciono le patate dolci con lo zucchero di canna?
Da come parlava, avresti detto che mi avesse appena sottoposto una questione di importanza capitale. Gli dissi che mi piaceva lo zucchero di canna sulle patate dolci e che mi sarei occupato io di quei due lavoretti. Non avevo fatto altro per tutta la vita, dunque non fece in tempo ad andarsene che io gi davo il grano alle galline, il pastone ai maiali e cos via.
Mentre sbrigavo quelle faccende, cominciai a pensare che forse il tipo era un po' toccato, che si era beccato una palla di moschetto o una scheggia di cannone in testa e aveva perso qualche rotella: magari gli era caduta direttamente gi dal cranio.
Poi un nuovo pensiero si impadron di me, e mi fece tremare le ginocchia. Come potrete immaginare, non era la prima volta che accadeva: era un pensiero sotterraneo che continuava a riaffiorare, ogni volta fresco come la rugiada su una rosa. Ero di nuovo in ansia per il fatto che il tizio potesse portare Ruggert da me. Poteva aver finto gentilezza per farmi restare nei campi a lavorare e poi consegnarmi al nemico, che mi avrebbe castrato e impiccato, dopodich si sarebbero messi ad affettare pomodori insieme e a versare zucchero di canna sulle patate dolci al forno. Lui avrebbe scherzato con Ruggert su come mi avesse preso in giro parlandomi della famiglia della belladonna.
Comunque, non pensai seriamente a quella possibilit finch non si fece sera, e quando ormai mi ero convinto che il suo scopo fosse proprio quello e cominciavo a pianificare una fuga veloce, ecco che spunt, facendo un gran rumore con il carro. Non c'era nessun altro sulla strada: solo lui, il carro e i cavalli.
Mantenne la sua parola. Dopo che l'ebbi aiutato a staccare i cavalli, a strigliarli e a sistemarli al loro posto, usc di nuovo, prese due grosse galline e tir loro il collo contemporaneamente, usando entrambe le mani. Dopo averle strizzate per bene, diede loro uno strattone e le teste gli restarono in mano. Le galline finirono a terra, spruzzando sangue e scorrazzando come se sapessero dove andare. Sar sincero: avevo visto fare tante volte questa cosa, io stesso l'avevo fatta, ma non mi ci ero mai abituato. Mi faceva venire voglia di saltare e gridare.
Finalmente le galline si fermarono e crollarono a terra. Le prendemmo, ci sedemmo su due vasche rovesciate e cominciammo a spennarle. Le piume dovevano finire in un'altra vasca, perch lui le avrebbe mischiate al concime, sempre per quella faccenda degli strati di cui mi aveva parlato.
Ci volle del tempo, ma una volta spennate prese un coltello e le apr, tir fuori le interiora, le mise in una padella, tagli velocemente a pezzi le galline e mise in padella pure loro.
In poco tempo lav i pezzi, li cosparse di farina, aggiunse sale e pepe e li mise a friggere. Fatto ci, prendemmo un ventriglio a testa per cominciare, poi fu il turno del fegato e del cuore, e poi ancora una coscia a testa e cos via fino al collo. Presi pure a morsi un osso, per succhiarlo a regola d'arte.
- Oggi ho visto Sam Ruggert, - disse, quando fu il momento di pulire lecita unte sui bei tovaglioli bianchi.
- Davvero? - Cercavo di fare il vago, ma per un istante pensai che il mio pollo fritto potesse tornarmi su, uscire di casa e recuperare testa e piume per poi rientrare nel pollaio.
- Gi. Era ancora agitatissimo per quel nero che si  avvicinato a sua moglie e ha cercato di toglierle la sua dignit di femmina, come se lui e tutti quelli che la conoscono non l'avessero gi fatto. Diamine, pure io me la sono scopata, una volta. Ha detto che ti ha spinto via, che tu hai rubato un cavallo e sei scappato. E che quando tuo padre ha cercato di impedirti una vita da fuorilegge, l'hai ucciso e bruciato nella sua casa. Nessun accenno al maiale.
- Non c' una sola parola che sia vera.
- Oh, nessuno ci crede, in citt, - disse. - Davvero. Fanno solo finta, perch  pi comodo. Lo sanno tutti che quella donnaccia di sua moglie non  stata aggredita da nessuno, e che il cavallo che hai preso  tornato alla sua stalla. E non credono neppure che tu abbia davvero ucciso tuo padre, anche se  questo che hanno fatto scrivere sul manifesto con la taglia.
- Manifesto con la taglia?
- S. Sopra c' una tua descrizione fisica, orecchie comprese, e il racconto di ci che hai fatto. Offrono cento dollari a chi ti cattura.
- Chi mette i soldi?
- Pare che alcuni abitanti del paese si siano riuniti e abbiano fatto una colletta. Non c' scritto che met andr allo sceriffo, ma di solito funziona cos. Sono soldi sicuri, ragazzo mio.
- Allora  meglio che fili via, - dissi.
- Fossi in te non lo farei. Non ancora. Non si aspettano di trovarti dame. Se giochiamo bene le nostre carte, nessuno sapr che sei qui. Fai passare un po' di tempo, poi te ne vai. Chiaro, non  detto che tu sia al sicuro. Ma di certo sei pi al sicuro qui che per strada. Non ricevo visite spesso, non sono molto benvoluto.
Questo mi confuse. Sembrava l'uomo pi affabile che avessi mai conosciuto. Cos affabile che all'inizio non mi ero fidato di lui.
- Non condivido il loro modo di agire, e questo li irrita al punto da pensare che io sia un tipo strano, un pazzo, forse addirittura pericoloso. E in effetti, pericoloso lo sono.
L'ultima frase, il fatto di essere pericoloso, doveva essere uno scherzo.
- Crede che Ruggert rinuncer a cercarmi, prima o poi? - chiesi. - Adirla tutta dovrei essere io a cercare lui, visto quello che ha fatto a mio padre.
- Togliti la vendetta dalla testa. Verr anche quel momento, ma non pu accadere adesso. Fatti raccontare di Sam Ruggert. Ti ho detto che siamo stati in guerra insieme, ma non ti ho raccontato come andavano le cose tra noi. Era uno di quei tipi appiccicosi. Non con me, sia chiaro. Io ho sempre provato una sensazione di disagio in sua presenza, dunque mi tenevo a distanza. Il fatto  che a Sam non piace sentirsi dire di no.
- A chi piace? - dissi.
- A lui meno ancora che agli altri. Se vuole qualcosa, una donna per esempio, e lei non ricambia, si ficca ugualmente in testa che tra loro esiste un legame, anche se non  cos. Prende a seguirla ovunque. Quando lei lo rifiuta, si accanisce ancora di pi. Prima della guerra c'era questa donna molto carina in citt, e Sam si invagh di lei. La donna non ricambiava. Sam non la lasciava in pace, e presto le cose degenerarono. Un giorno entr in casa sua di forza. Caso volle, per, che tre uomini si trovassero a passare l davanti, e lo videro irrompere in casa. Lo trascinarono fuori e gli fecero il culo. Ci riuscirono solo perch erano in tre: Sam ha la pellaccia dura, sai. La donna comunque fu sciocca, disse che era stato tutto un malinteso, e cos la faccenda fini in una bolla di sapone, come molte delle cose che combinava Sam da queste parti. La gente diceva che era fatto cos, e che c'era poco da fare. Circa un mese dopo quella donna scomparve. Nessuno poteva essere sicuro che fosse stato Sam, ma in parecchi abbiamo pensato che l'avesse fatta fuori.
Pass qualche anno, ci furono altri incidenti simili, forse non cos clamorosi. Ma succedeva che tutte quelle su cui si fissava Sam scomparissero o venissero trovate morte, mogli comprese. Nessuno  mai riuscito a mettere Sam con le spalle al muro. Non si trattava solo di donne, comunque. C'era il primo proprietario della stalla in cui Sam aveva cercato lavoro, invano. Continuava a tornarci, non accettava un no come risposta. Cosa che potrebbe anche sembrare giusta, ma a un certo punto  necessario capire se hai anche un minimo di speranza di ottenere quel lavoro o no. Ebbene, lui si ostinava a non capirlo. Comunque, alla fine sembrava che avesse recepito il messaggio, ma un anno dopo lo stalliere fu trovato morto, ammazzato di botte, gettato in un fosso ai confini della citt. Pensai subito che fosse stato Sam, e non ero l'unico, ma prove non ce n'erano. Non funziona come con voi di colore: per impiccarvi non servono prove. Per i bianchi sono necessarie, invece. Vedi, aveva covato rancore per un anno, per lui non esisteva altro che quell'uomo, che gli aveva negato un lavoro. A quei tempi Sam era cresciuto di peso, e non poco. Contraddirlo non era il caso, e la gente cominciava ad avere paura di lui.
- Anche lei?
- Non sono sempre cos intelligente da temere ci che dovrei. Per SAM sapeva che, se mi avesse dato fastidio, il becchino gli avrebbe pulito il culo. Quello che vedi davanti a te  un tranquillo contadino con un pollo nello stomaco, ma con me non si scherza, mi segui?
- S, signore, - dissi, anche se non ne ero troppo convinto.
- Poi andammo in guerra, schierati dalla stessa parte. Finimmo addirittura nello stesso posto. Non come il mio ragazzo: lui fu spedito nel gruppo di soldati della Virginia che fu sconfitto a Gettysburg, il posto in cui si ferm l'orologio. Invece io e Sam facemmo la guerra insieme. Per fortuna non si prese nessuna fissa, anzi, sembrava aver paura di me. E faceva bene. Comunque, durante la guerra impar un po' di cose, soprattutto a restare sempre dietro le linee durante una battaglia o a fingere di essere ferito, roba del genere. Insomma, si fiss con questo ragazzo, voleva essergli amico per forza. Forse perch il giovane proveniva da una buona famiglia, e Sam gi immaginava di assumere una posizione sociale pi elevata, frequentandolo. Almeno, credo avesse in mente questo. Il ragazzo era giovane ma gi piuttosto scafato. Teneva Sam a distanza. Questa cosa a Sam non andava gi. Cominci presto a seguirlo nel campo, a stargli attaccato in battaglia, persino quando il ragazzo si spingeva in prima linea, cosa che accadeva spesso. Come ti ho gi detto, prima di fissarsi con quel ragazzo Sam si era sempre tenuto lontano dal fronte. Ma non ci fu nulla da fare. Sam non era riuscito a stabilire il legame che voleva, n un legame qualsiasi, e quel ragazzo glielo disse a muso duro davanti a un bel gruppetto di persone. Gli disse che doveva staccarsi dal suo culo perch non aveva bisogno di una coda, o qualcosa del genere. Ci and gi pesante. Fu la sua rovina.
Una notte ci accampammo, e il mattino dopo trovarono il ragazzo a faccia in gi nel buco che usavamo come latrina. Qualcuno gli aveva spaccato la testa da dietro, con quello che sembrava un colpo d'ascia. Nessuno aveva visto niente o sapeva chi fosse stato. Ci fu una mezza indagine, ma eravamo in guerra e dovevamo rimetterci in marcia gi a met mattina. E cos marciammo, combattemmo, poi arriv la fine della guerra e tornammo tutti a casa.
Ecco, Sam ti ha marchiato nella sua testa come ha fatto con gli altri e sono convinto che non demorder. Continuer a cercarti o mander qualcun altro a farlo, se non potr provvedere in prima persona.
- Nessuno pu essere cos pazzo, - dissi.
- Lui s.
- E allora devo tornare indietro e ucciderlo. Mettere fine a tutto questo.
- Non hai scelta. Ti conviene restare qui a lavorare per me, e in cambio ti assicuro vitto e alloggio. Quando andr in citt ti procurer un paio di cosette. Ti insegner a prenderti cura di te. A usare la pistola. Ad andare a cavallo come si deve. Su un cavallo migliore di quello con cui sei arrivato. E migliore anche di quello che avevi intenzione di rubare. Dopo che ti avr insegnato tutto, per, dovresti comunque guardare avanti e dimenticare Sam. Da queste parti, perfino chi lo odia ce l'avr comunque con te, perch la tua pelle  del colore del caff. E c' anche un'altra cosa, ragazzo mio. Non hai bisogno di tornare indietro a cercarlo, perch sar lui a trovare te. Ci vorr un po' di tempo, ma prima o poi fiuter il tuo odore. Quando meno te lo aspetti lo vedrai spuntare. Ma per ora questo  un buon posto dove stare, e hai me che ti copro le spalle. Detto ci, arriver il momento in cui dovrai andare. A quel punto lascia che sia lui a cercarti.
Portalo in un fiume dove l'acqua sia bella profonda, e affogalo.
- Ne ho avuta l'occasione, a dire la verit, e non l'ho fatto, - dissi.
Lui annu, ricordando la mia storia.
- Bene, ragazzo mio, che si fa, allora? Se ti chiedi come mai mi preoccupo tanto, ti basti sapere che ho bisogno di aiuto, qui, e non ho neanche una parola buona da spendere per Ruggert.
Gli dissi che mi serviva del tempo per riflettere, ma in realt ci misi ben poco, a decidere.
- Va bene, - dissi. - Seguir il suo consiglio fino a quando sar il momento di levare le tende.
- Molto bene, allora, - disse, e sembrava proprio contento. - Penso sia arrivata l'ora di dirci i nostri nomi. Non l'ho fatto subito perch c'era l'eventualit di doverti uccidere. Trovo sia molto pi semplice uccidere qualcuno di cui non conosci il nome. Ma credo che adesso possiamo scambiarci questa informazione senza rischiare di ammazzarci, smembrarci, lasciarci un occhio o offendere i rispettivi sentimenti.
- Willie Jackson, - dissi.
- Tate Loving, - disse lui.
- Piacere, signor Loving.
Questo fu l'inizio del mio legame con Tate Loving.
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CAPITOLO 4.
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Dunque, a questo punto devo fare un salto in avanti, perch da quando ci siamo detti i nostri nomi non ho fatto altro che pensare di andarmene per poi rimandare.
Restai con il signor Loving e lavorai in cambio di vitto e alloggio. Mi diede un posto nel fienile, in soffitta: l c'era una finestra che dava sulla casa e sulla strada di fronte. Serviva per gettare il fieno di sotto, ma era anche un ottimo posto per vigilare. Certe notti mi sedevo l, con la finestra aperta, e mi ritrovavo a contemplare le costellazioni di cui mi parlava sempre il signor Loving, accompagnando ogni spiegazione con una storia dettagliata, nella quale qualcuno veniva regolarmente ucciso o violentato da un'anatra o da un'oca o da un toro, e spedito in cielo per diventare un gruppo di stelle, a mo' di scusa, anche se mi sfuggiva il motivo per cui una cosa simile dovesse costituire un risarcimento soddisfacente. Proprio non riuscivo a capire.
La soffitta era molto accogliente. Per met era occupata da mucchi di fieno, ma nell'altra met c'erano un letto solido, un tavolo con delle sedie, una lampada al cherosene e alcune cianfrusaglie che le davano l'aspetto di una casa confortevole per un fuggiasco che aveva guardato un culo di troppo, ladro di cavalli part time, e ogni tanto pure bracciante.
Il signor Loving mi diede un bel po' di vestiti che erano appartenuti a suo figlio, e anche stivali da lavoro con i lacci e stivali da cavallerizzo con la punta di bella pelle morbida. Questi ultimi servivano per le occasioni speciali. Se avessi saputo dove andare li avrei indossati, ci potete giurare. Per il momento mi accontentavo di calzarli ogni tanto, insieme ai vestiti migliori, per poi camminare avanti e indietro in soffitta, come se fossi pronto per pavoneggiarmi a una festa. Sembrava fossero stati fatti su misura per me.
La cosa che trovavo pi sorprendente era il tempo che potevo dedicare a me stesso alla fine della giornata di lavoro, o piuttosto dopo cena. Le cene duravano un'eternit, tra chiacchiere e roba del genere. A parlare era quasi sempre il signor Loving, ma stavo imparando a dire qualche parolina anche io. Quando non ero libero, io e il signor Loving lavoravamo nei campi, occupandoci di una coltura o di un'altra. Mentre ci davamo da fare, mi raccontava delle cose che aveva letto nei suoi libri. I volumi erano accatastati in ogni angolo della casa, e non avevo idea di come facesse a trovare ogni volta proprio quello che gli serviva. Qualche sera, dopo il lavoro, ci sedevamo in salone e lui leggeva a voce alta da uno di quei libri per un'ora o due. Mio malgrado, stavo imparando parecchie cose su diversi argomenti, alcuni dei quali mi sarebbero sicuramente serviti nella vita. Di altri non riuscivo a comprendere l'utilit, ma c' un'altra cosa che ho imparato dal signor Loving, cio che la conoscenza  un piacere fine a s stesso, e non deve avere per forza un'utilit nella vita quotidiana.
Non avevo dimenticato Ruggert, ma cominciavo a rilassarmi, perch capitava di rado che qualcuno imboccasse la strada che portava alla fattoria di Loving. Quando accadeva, di solito mettevo in testa un cappello largo e indossavo i vestiti che mi aveva dato, quindi non era facilissimo riconoscermi. Il signor Loving mi raccont la storia di un tizio di nome Poe, il quale aveva scritto che se volevi nascondere una lettera dovevi metterla in bella vista, in modo che chi la stava cercando non la notasse. Certo, una cosa era nascondere una lettera, un'altra un grosso tizio di colore con delle orecchie enormi.
Un pomeriggio in cui non avevo tanto da lavorare e mi aspettava un bel po' di tempo libero, il signor Loving sal in soffitta nel momento esatto in cui avevo deciso di giocare col mio uccello. Per fortuna mi colse mentre riposavo, poco prima che mi dessi da fare. Mi si avvicin di soppiatto come un fantasma. Era fermo sulla scaletta che portava in soffitta, e vedevo solo il cappello e il resto della faccia che faceva capolino.
Disse: - Hai un sacco di tempo per te, oggi. Vorrei vederti tra quindici minuti all'albero dove ci sediamo di solito.
Loving se ne and e io subito mi alzai, indossai gli stivali e il cappello, scesi le scale e mi diressi all'albero.
Ci arrivai prima di lui, mi sedetti su una delle sedie e aspettai. Non era passato pi di un minuto quando lo vidi venire dalla casa, con due grandi secchi di legno.
Quando mi raggiunse li pos a terra. Uno dei secchi era pieno di quelle che mi sembravano palle di fango, di cui non capivo l'utilit. L'altro conteneva scatole di munizioni, e sopra due pistole.
- Se dovrai vedertela con Ruggert, o con uno dei suoi scagnozzi, sarebbe il caso che imparassi a usare una pistola nel modo giusto, non tirandogliela dietro. Ho dato un'occhiata alla tua pistola, ho controllato se le munizioni erano buone, e non lo erano, e se la pistola era in buono stato, oliata e tenuta bene, e non lo era: avrebbe avuto un rinculo talmente potente che con tutta probabilit la canna ti avrebbe colpito in piena faccia, cos forte che saresti diventato un bianco.  una vecchia arma ad avancarica, convertita a cartucce. Chiunque abbia fatto il lavoro doveva essere un buon contadino, ma un armaiolo scadente.
- Non ho proprio idea di chi l'abbia modificata, - dissi, e non mentivo, anche se sospettavo che il responsabile fosse mio padre.
- Bene, - disse il signor Loving. Prese una delle palle di fango dal secchio e me la lanci. L'afferrai e capii che non era fango, ma argilla indurita. La soppesai nella mano.
- Le ho fatte io. Si modella una palla e la si mette a cuocere nel forno come una gallina. Ci vuole parecchio fango e parecchio tempo, quindi se ne manchi qualcuna vedi di capire dov' caduta. Cerchiamo di recuperare tutte quelle che non si rompono.
- E se ne manca una lei?
- Io non manco mai un bel niente. Be', qualche volta s. Se sono ubriaco, malato o bendato.
Tir fuori le pistole dal secchio, una in una mano e una nell'altra.
- Questa, - disse, soppesando una delle pistole con la mano sinistra, -  una Colt Peacemaker, calibro 45. Forse la pistola migliore che sia mai stata costruita, anche se Smith & Wesson ne fanno di buone.  facile da usare. Devi solo armare il cane, il che la rende molto pi sicura e aiuta a prendere la mira. Le pistole a tamburo sono meno stabili, mentre il fatto di dover armare il cane, anche se richiede un po' di tempo in pi, ti permette di puntare con precisione. Quest'altra, - disse, soppesandola sul palmo destro, -  pi rara.  stata data a pochi di noi durante la Guerra civile.  un revolver LeMat.
- Ho davvero bisogno di sapere che tipo di pistola ?
- Sapere di cosa stai parlando ti rende meno ignorante, quindi ascolta.
Tacqui. Il signor Loving disse: - La Colt .45 usa munizioni di calibro
45. A questo ci arrivi pure tu, visto che si chiama .45.
- Gi, - dissi, - fin l ci arrivo.
-  una buona pistola, e la canna pi corta  una scelta mia, perch ha meno probabilit di impigliarsi. La fondina tende a bloccare la canna come fosse una mano, quando cerchi di tirare fuori la pistola in fretta. Le solite fondine, intendo. Me ne sono procurate alcune che sono state indurite parecchio con acqua salata e asciugate su un telaio in legno; tengono molto meglio la pistola e hanno un gancio che blocca l'arma. Dunque, quando vedi arrivare i guai, devi prima di tutto sganciare la pistola. Se non ti piace la fondina, puoi usare una fascia. Ma se usi questa devi segare via il mirino. Queste pistole hanno tutte un mirino in dotazione, ma non serve a un granch. Un'altra cosa che dovresti fare  foderare di pelle le tasche del cappotto o dei pantaloni, e ungere l'interno in modo da facilitare l'estrazione.
Dunque, la LeMat, questa in particolare, usa munizioni calibro 44. La cosa curiosa  che  una pistola a nove colpi. Nella grossa canna qua sotto ci va la carica di un fucile, calibro 16.  un po' come tenere un candelotto di dinamite e sperare che esploda il pi lontano possibile da te. Cosa che in effetti la fa diventare una pistola a dieci colpi.
- Non mi sembra molto affidabile, - dissi, osservando l'acciaio blu e l'impugnatura, che sembrava in legno di quercia lucido.
- S che lo . Sto facendo un sacco di chiacchiere su questa pistola, ma devi credermi,  straordinaria. La LeMat non  precisa come una Colt, ma ti mette a disposizione altri tre colpi, pi uno di grosso calibro. Per difenderti quando sei vicino al nemico, che poi  l'unico momento in cui devi veramente farlo,  l'ideale. Difficile mancare un colpo a una distanza di tre metri o meno. C' una linguetta qui, sul percussore. Se la tieni sollevata, cos, spari nove colpi. Se la spingi gi, hai un colpo solo a disposizione, ma calibro 16. L'ho modificata un po', ho trasformato la percussione a spillo in percussione centrale, per modernizzarla. Puoi chiamarla la versione Loving della LeMat.
And avanti cos per un po', spiegandomi un mucchio di cose sulle pistole e sui proiettili, e dicendomi di fare attenzione perch le munizioni erano costose e non dovevo sprecarle sparando a casaccio.
Il signor Loving era un bravo maestro. Alla fine della lezione ero riuscito a colpire una o due delle palle. E comunque non scherzava, sulla sua abilit di tiratore. Quando si fu stufato di darmi lezioni, prese la Colt e disse: - Lanciale, Willie.
Eseguii. Lui, con la pistola attaccata alla gamba, aspett che la palla che avevo lanciato raggiungesse l'altezza massima per cominciare a cadere e poi, veloce come un tornado, alz la mano, arm il cane, spar un colpo e frantum la palla. Poi spar da un fianco. Poi di lato, guardando in avanti. L'unica cosa che non fece fu mettersi a testa in gi. Sparava bene sia con la mano sinistra che con la destra. Il modo in cui quell'uomo sapeva sparare con entrambe le pistole era pura poesia.
Disse: - Ricorda, essere veloci  un bene, ma essere precisi  meglio. Puoi sparare sei volte e mancare l'obiettivo, mentre i tuoi compagni sono lenti come tartarughe e non mancano un colpo, e sarai tu a finire con un buco in petto grosso come una mela. In verit il torace  l'obiettivo migliore perch la superficie  pi ampia ed  pi facile che il colpo vada a segno. Comunque, dovresti essere in grado di sparare alle palle pelose di uno scoiattolo nano, se necessario. In pratica, se ti abitui a colpire obiettivi molto piccoli,  pi probabile che tu riesca a centrarne di grandi, in situazioni di pericolo. La visione laterale si restringe, i bordi diventano neri e tu vedi solo cosa c' di fronte a te. Con la pratica e l'esperienza sul campo, vedrai che le cose cambieranno. Se non ti ammazzano la prima o la seconda volta, non avrai pi un campo visivo limitato. Durante una sparatoria ti sentirai vivo come non lo sei mai stato. Forse l'udito sar pi sensibile. Il fatto  che l'aria avr un sapore diverso, sulla tua lingua. Sentirai il sapore della tua paura, e anche di quella dei tuoi avversari, un sapore acido, di rame. Se fai un buco a qualcuno, sentirai l'odore di merda e gas intestinale come se ce l'avessi nel naso. Ne sentirai il sapore sulla lingua. Ecco come saranno vigili i tuoi sensi.
Non puntare mai la pistola contro qualcuno a cui non hai intenzione di sparare. La tiri fuori, spari, e spari per uccidere. Un tizio ferito ti pu ammazzare esattamente come uno che non lo .
Durante i mesi successivi mi insegn come sparare con un fucile Sharps e con un nuovissimo Winchester che aveva comprato l'ultima volta che era stato in citt. Ma la cosa forte  che aveva messo su quel Winchester un anello, e sull'anello un percussore che si abbassava con la semplice pressione di un dito. L'anello poteva essere spostato in modo rapido e il percussore, se spinto in basso, avrebbe colpito il grilletto ogni volta che l'anello si spostava. Con questo marchingegno, si poteva sparare in un baleno. Era difficile mirare bene in quel modo, a meno che non ci si chiamasse Loving, naturalmente, ma di sicuro si riempiva l'aria di piombo.
Alla fine di quei mesi ero diventato bravo a sparare, ma l'amore per le armi era evaporato. All'inizio le adoravo, ma il signor Loving continuava a dirmi che erano strumenti e non meritavano pi ammirazione di una zappa o una pala. Lo presi in parola. Non le amavo, per le rispettavo tutte, e in particolar modo la LeMat. Come aveva detto il signor Loving, era meno precisa della Colt, ma cominciava a piacermi parecchio.
Ben presto imparai a conoscere l'arma e mi abituai a quel difetto di precisione; mi piaceva anche il fatto che avesse tre colpi in pi. E poi c'era la carica da fucile. Il signor Loving piantava delle tavole nel terreno per farmi esercitare, io vi sparavo contro a una distanza di tre metri e le facevo a pezzi.
Era una bella vita. Mi piaceva il lavoro. Mi piaceva il signor Loving e mi piaceva la soffitta. Mi piacevano tutti i suoi insegnamenti. Sapevo gi leggere e scrivere un pochino, ma grazie a lui migliorai. Mi faceva leggere ogni genere di libro. Mi piacevano quelli di storia e geografia, e mi piacevano i romanzi, soprattutto di avventura. Ma la matematica proprio non mi entrava in testa, tranne alcune nozioni di base di aritmetica. Sapevo fare le addizioni, le sottrazioni, le moltiplicazioni e anche le divisioni, ma non riuscivo proprio a capire quella roba che chiamavano geometria e algebra. Sapevo cos'erano un triangolo, un rettangolo, un cerchio e un quadrato, dopodich mi perdevo.
Imparai a cavalcare come un Comanche, un'altra cosa che il signor Loving sapeva fare molto bene. Mi disse che ai suoi tempi i texani avevano imparato osservando gli indiani. Riuscivo a tenermi su un fianco del cavallo, a ciondolare sotto il suo collo e sparare, ad aggrapparmi alla pancia e tornare su spingendo con i talloni. Riuscivo ad acchiappare la coda e a correre dietro al cavallo, saltando come un coniglio. Imparai anche ad afferrare la sella, aggrapparmici e correre in questo modo lungo tutta la propriet del signor Loving.
Una cosa che non ho detto  che, in mezzo a tutti quei bei momenti, ce n'erano anche di bui, nei quali il signor Loving sembrava un'altra persona. Non era cattivo, sia chiaro, ma c'erano volte in cui voleva stare solo e andava a sedersi sotto l'albero per guardare il tramonto o la luna che sorgeva, e ci rimaneva per ore. Io non andavo mai a sedermi l, a meno che lui non mi invitasse a farlo. Intuivo che aveva bisogno di trascorrere un po' di tempo per conto proprio. Immagino che in quei momenti pensasse a suo figlio e a sua moglie, ma per quanto ne sapevo potevano anche mancargli i soldi facili delle prediche.
Poi il giorno passava, a volte bastavano poche ore, e lui tornava l'uomo gioviale di sempre, riprendeva a parlare della Stella polare, dell'Orsa maggiore, dell'Orsa minore, che pare fossero state entrambe orsi, del Grande e del Piccolo carro e di Cassiopea, che si dice sia stata la regina d'Etiopia. Grazie alle lezioni di geografia sapevo che in Etiopia vivevano i neri come me, solo che quelli avevano le orecchie attaccate alla testa, o
almeno cos diceva il signor Loving, ma forse mi prendeva solo in giro.
Credo che sarei potuto andare avanti in quel modo per sempre, ma come ho sentito dire un giorno da mio padre a un amico, i bei tempi, se ti capita di averne, prima o poi finiscono.
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CAPITOLO 5.
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Ero cresciuto di altri tre centimetri quando le cose precipitarono. Non sapevo che stessero per finire, ma un giorno io e il signor Loving stavamo rientrando dai campi, entrambi con un sacco pieno di patate, e notai che lui perdeva tempo, restava indietro: cos mi avvicinai e cercai di prendere il sacco di patate che stava portando. Non ne volle sapere. Credo di aver ferito il suo orgoglio.
Una volta a casa, mangi la cena che mi ero occupato io di preparare, visto che ero diventato un cuoco pi che dignitoso a furia di guardare lui. Devo dire che mio padre era un cuoco niente male, se si trattava di impastare e friggere e se avevi tanta fame che la tua pancia era convinta ti avessero tagliato la gola. Ma il signor Loving s, che sapeva come maneggiare una padella.
Quella sera mi ringrazi per la cena e si mise a letto. Per la prima volta mi resi conto di quanto stesse invecchiando. E cos mi feci carico di quasi tutto il lavoro, mentre lui restava a casa, orgoglio o non orgoglio. Al tramonto tornavo, preparavo la cena e leggevo per lui, un po' come succedeva all'inizio ma a parti invertite. Fu allora che realizzai che erano passati quattro anni da quando l'avevo conosciuto e che avevo ormai messo da parte ogni preoccupazione di essere trovato. Poi, un giorno, mentre badavo ai maiali, arriv un tizio a cavallo. Leg l'animale e prosegu a piedi, fino ad arrivare dove stavo lavorando.
Lo riconobbi subito. Si trattava dell'alcolizzato di cui vi ho parlato, che quel giorno era al seguito di Ruggert. Si chiamava Hubert, se ricordate, e il mio primo pensiero fu di ammazzarlo. Se avessi deciso di farlo avrei dovuto strozzarlo a mani nude o picchiarlo a morte con uno dei maialini del signor Loving. O col bugliolo. Ce l'avevo in mano, e su quello cadde la mia scelta. Il tizio mi si avvicin lentamente, con un sorriso stampato in faccia, e disse: - Ehi, ragazzo. Loving  nei paraggi?
Capii subito che non sapeva distinguere una merda di donnola dalla liscivia. Doveva essersi dimenticato di me da tempo, mentre io mi ricordavo di lui perfettamente. Certo, forse ero un po' cambiato, a parte le orecchie, ma il cappello che portavo vi ricadeva in modo che non sembrassero porte da saloon, e poi avevo i capelli pi lunghi. Avevo smesso di rasarli e li stavo facendo crescere in una specie di cuffia di riccioli.
-  in casa, - dissi, cercando di mantenere un tono indifferente, che era un po' come camminare lungo il bordo di una scogliera e cercare di non guardare in basso.
- Dovrei parlargli.  per una questione di affari, - disse.
L'unico affare che secondo me poteva interessare Hubert era cercare di arrivare al fondo di una bottiglia, ma notai che sembrava pi pulito delle altre volte. Aveva un'aria diversa. Si comportava come un commerciante che volesse convincere qualcuno a comprare una batteria di pentole scadenti a un prezzo esagerato.
- Sta riposando, - dissi.
- Be', vallo a chiamare, ragazzo, - disse lui.
Non mi piaceva il modo in cui aveva detto "ragazzo". Non mi piaceva il fatto che avesse contribuito alla morte di mio padre. E non mi piaceva lui. Mi incamminai verso casa, tremando per la rabbia, entrai dalla porta sul retro, come ci si aspetta che faccia un nero quando entra nella casa di un bianco, anche se io e Loving non ci comportavamo secondo quelle regole. Devo aggiungere che, per completare il quadro, prima di entrare bussai. Faceva il caldo afoso tipico dell'East Texas, eppure il signor Loving era seduto accanto al fuoco acceso, e si era messo pure una coperta addosso. L dentro mi sentivo come un prosciutto che cuoceva a fuoco lento, invece lui era a suo agio.
- C' un uomo che vuole vederla, e io so chi .
- Oh, - disse Loving.
Gli dissi subito di chi si trattava.
- Un tempo era l'ubriacone del paese, - disse Loving.
- Un tempo?
- Si  dato una calmata, con l'alcol. Si  messo con una ricca vedova e ora possiede il Wilkes Mercantile, il negozio di alimentari e l'emporio.
- Non mi dica, - ribattei.
- Proprio cos. Lo sapevo da un po', ma non mi pareva il caso di dirtelo. Non ha niente a che fare con la tua presenza qui. Sapere che se la cava bene non ha alcuna importanza. In realt mi aspetto che si rimetta a bere e faccia andare tutto a rotoli. Andiamo. Pensi di riuscire a controllarti?
- Non vorrei, - dissi, - ma devo farlo.
- Bene, allora. Dammi una mano ad alzarmi.
Prima di uscire di casa, il signor Loving prese la Colt e se la ficc nella tasca posteriore, una di quelle foderate di pelle lubrificata. Si avvolse nella coperta, come se fosse una specie di poncho, in modo da coprire la pistola. Mi disse di prendere il secchio che usavamo per raccogliere le uova, di metterci dentro la LeMat e coprirla con un tovagliolo.
Eseguii, poi uscimmo. Loving non era molto in forma ma teneva la testa alta, cercando di comportarsi come se fosse pronto a dare un pugno in faccia a un toro.
Fuori, Hubert sorrideva come se avesse appena trovato un dollaro d'oro sull'impronta di un maiale.
- Sembri sbattuto, Loving. E che diavolo ci fai con quella coperta? Fa un caldo assurdo, puttana Eva.
- Mi sono beccato qualcosa, - disse il signor Loving. - E sono un po'gi.
Hubert mi guard di nuovo. Ero certo che si stesse domandando se non mi aveva gi visto da qualche parte, ma ancora non mi aveva riconosciuto. Mi chiesi se fosse il caso di andare a finire il lavoro con i maiali, ma decisi di restare. Se il signor Loving era tanto agitato da mettersi una pistola nella tasca posteriore e farmene nascondere un'altra in un secchio, allora forse era il caso di rimanere l.
- Cosa posso fare per te? - disse il signor Loving.
- Be', io e te abbiamo fatto qualche affare in negozio, ho comprato la tua verdura e altra roba. Sono venuto qui per dirti che posso ammazzare i tuoi maiali, se vuoi. Ho avviato un paio di nuove attivit in citt, e questa  una di quelle.
- E l'altra quale sarebbe? - chiesi.
Non avrei dovuto aprire bocca, e il modo in cui parlai fu irrispettoso. Non per le parole che avevo pronunciato, ma per il tono che avevo usato. Come se si fosse messo a succhiare cazzi per soldi e io volessi offrirgli quattro monetine per un servizietto.
Hubert disse: - Permetti al ragazzo di parlarmi in questo modo?
-  un uomo fatto, - rispose Loving. - Aveva una domanda e l'ha fatta. Sarei curioso anche io di saperlo. Qual  l'altra attivit? Ha a che fare con le distillerie?
- Ormai sto lontano dalla bottiglia, - disse. - Si tratta di altro. Sono diventato un addetto agli animali vaganti.
Non mi era capitato di sentire molto spesso quel termine, ma indicava un uomo che raccattava gli animali che se ne andavano in giro liberi, anche cani e gatti, per poi radunarli in un recinto o in un canile ai confini della citt. Se ti mancava un animale potevi cercarlo l, e se lo trovavi pagavi una certa somma e te lo potevi riprendere. In realt, alcuni degli animali che finivano l non si erano affatto persi, ma erano stati fatti scappare per ricavarci dei soldi. E se gli animali non venivano rivendicati, finivano dritti nell'affumicatoio dell'addetto. Cani e gatti rischiavano di sopravvivere a stento una sera, visto quanto costava mantenerli, e considerato che la somma da pagare per riprenderli era la pi bassa in assoluto. Fare l'addetto agli animali vaganti poteva essere un affare parecchio discutibile.
- Questo non  un lavoro, - disse il signor Loving, e il suo tono fu molto pi sprezzante di quello che avevo usato io. - Tutti sono capaci di raccattare gli animali persi dai vicini, e una persona onesta non chiederebbe un centesimo per la restituzione.
- Non sono qui per discutere dei pregi e dei difetti della mia professione, - disse Hubert. - Sono qui per promuovere l'attivit legata ai maiali.
- Lo so uccidere da solo, un maiale, - disse il signor Loving.
- Anche un cane sa uccidere un maiale, - disse Hubert. - Ma se me li porti io li posso uccidere per te, macellarli, affumicare la carne, e tu avrai diritto a parecchi chili. Ne terr solo un po' per me, e per rivenderla.
- Praticamente io ti porto il maiale, tu lo uccidi, prendi una parte della carne e la affumichi? E cosa faresti che io non so fare?
- Ti far risparmiare del tempo.
- Come faccio a sapere che avr indietro la mia carne?
- Non  un problema.
- Ma lo  per me.
- Calcoliamo il peso dei maiali, segniamo quella che sar la mia parte, equando vuoi la tua carne, vieni in negozio per comprare altre cose, che puoi tranquillamente barattare, tra l'altro. Se invece vuoi la carne, ti do la quantit che ti spetta. Ho anche un paio di negri che sanno fare la coppa e cose del genere, e avrai diritto anche a un po' di quella roba. Non importa se la carne che avrai sar del tuo maiale. Ci che conta  che hai diritto a una certa percentuale di carne di maiale, o a prendere in cambio altre cose. - Io allevo maiali buoni, - disse il signor Loving, - altra gente no. Non voglio ritrovarmi con della carne piena di vermi, con pi ossa che polpa, o con grasso e poco altro. Insomma, non voglio carne di maiali allevati da altri. E visto che sei pure l'addetto agli animali vaganti, c' il rischio che tu mi dia una zampa di cane o del fegato di gatto al posto del maiale che ti ho portato. No, ho tutte le ragioni per declinare la tua offerta. I miei maiali li ammazzo io, o mi faccio aiutare da questo ragazzo, ma grazie comunque.
- Di sicuro ti renderei la vita pi facile, - continu Hubert, sforzandosi di restare gentile e guardandomi sempre con sospetto. - Sono andato a parlarne in tutte le fattorie, e ti giuro che ho concluso un accordo con pi della met dei proprietari.
- Mettimi pure nell'altra met, allora, - disse il signor Loving.
Hubert arricci il labbro superiore come se stesse cercando di convincere una mosca a scendere da l, poi disse: - Certo, se  questo che vuoi. Chiedere non  un reato.
Hubert era diventato praticamente un politico. Se il signor Loving gli avesse detto di mangiare merda, gli avrebbe risposto che ne aveva gi un bel pezzo in bocca.
Hubert mi guard, rimuginando. - Ti ho gi visto da qualche parte?
- No, - rispose il signor Loving, prima che io potessi aprire bocca. -  arrivato qui da Jacksonville in cerca di lavoro, e io l'ho assunto. Non gli interessa lavorare da nessun'altra parte.
- Non ho nessuna intenzione di assumerlo. Ho fatto una semplice domanda, perch mi sembra di conoscerlo. Ti ricordi per caso di me, ragazzo?
- No, signore, - risposi.
A quel punto il signor Loving cominci a fargli capire con gentilezza che era il caso che se ne andasse, in modo da permettergli di tornare accanto al fuoco e prendersi cura dei suoi acciacchi. Hubert augur al signor Loving una buona giornata e a me non augur un cavolo. Si diresse verso il suo cavallo, che aveva legato a un palo. Io e il signor Loving ci incamminammo con lui, un'antica abitudine che si conservava non per gentilezza, ma per controllare che l'ospite non si avvicinasse al cavallo per prendere una pistola.
Hubert sal in groppa e rest fermo per un momento. Fu allora, mentre mi fissava dall'alto e io fissavo lui, che vidi qualcosa cambiare nel suo sguardo. Aveva ricordato chi fossi. Diedi la colpa alle mie orecchie. Impossibile dimenticarle, e ora che avevo alzato la testa per guardarlo dal basso, il cappello e i capelli non le nascondevano pi. Avevo ancora con me il secchio con la LeMat, e provai una voglia irrefrenabile di prenderla e spalmare il suo cervello sul cavallo, ma non lo feci. Neanche lui fece una mossa. Se l'avesse fatta, prima che fossi riuscito a prendere l'arma e prima che Hubert avesse tirato fuori la sua dalla fondina, il signor Loving gli avrebbe fatto un buco con la Colt. E quello sarebbe morto senza neppure toccare terra.
- Secondo me, io e te ci siamo gi incontrati, una volta, - mi disse Hubert.
- Ne dubito, - risposi.
- Mi ricordi un negro che ha avuto un problema in citt.
Probabilmente pensava che, riformulando l'osservazione, gli avrei detto ci che voleva sentirsi dire. Ma ci voleva ben altro per piegarmi.
- Non ero io, - dissi.
- Non era lui, - disse il signor Loving. -  ora che ti rimetta in marcia, Hubert. Mi sono stancato di vedere la tua faccia e di doverti stare a sentire.
Ho una fattoria da mandare avanti.
Hubert soppes per qualche istante le parole del signor Loving.
- C' un modo per indicare le persone come te, sai? - disse.
- E quale sarebbe? - chiese il signor Loving.
- Amico dei negri.
- Va bene, l'hai detto, ora te ne puoi andare, - disse il signor Loving. -
Smamma.
Hubert avrebbe voluto dire dell'altro, ma si dimostr pi furbo di quanto pensassi. Si allontan con il cavallo e parti al trotto lungo la strada.
Il signor Loving si volt verso di me e disse: - Ti ha riconosciuto di sicuro.
- S, signore. Lo credo anch'io.
- Torner, insieme a Ruggert e compagnia, con un lenzuolo addosso e un cappuccio in testa.
- Lo so, - dissi. - Me la squaglio, cos non le causo problemi.
- Andr in citt e sparger la voce che sei qui. Ti saranno addosso come la puzza sulla merda, perch il poster da ricercato con la tua faccia  ancora l, anche se pieno di polvere, all'ufficio postale.
- Lo so, - dissi.
Mi sarebbe piombato tutto addosso, come un falco su un topo. Capii che il signor Loving era con le spalle al muro. Non avevo altra scelta che la fuga. E non c'era granch da aggiungere.
Il signor Loving disse: - Bene, gli ci vorr un po' prima di arrivare in citt e il cavallo che si ritrova non  certo capace di correre. Ma tu devi sbrigarti a prendere la tua roba e scappare, non perch io voglia mandarti via, solo perch devi, se vuoi sopravvivere.
- S, signore, - dissi.
- Potremmo restare qui insieme e affrontarli, fare un po' di casino, mail fatto  che continueranno a venire anche per la questione della taglia, che probabilmente aumenter di cento dollari appena Hubert avr raccontato in giro che sei qui.
- A quei fanatici non piacer neanche lei, - dissi.
- Io me la caver, ma tu no.
A quel punto del giorno cominciava a fare pi fresco. Il sole si stava tuffando dietro gli alberi e le ombre si allungavano sulla fattoria.
- Avrai bisogno di pi di un cavallo: ne puoi prendere due, pi quello che cavalcherai. Se ricordi le lezioni di matematica, che per te sono sempre state un problema, fanno tre in tutto.
- Sono suoi, signor Loving, e sono ottimi cavalli: sar una grossa perdita, lasciarmeli prendere.
- Lo so, - disse. - Credi che non lo sappia? Avrai bisogno degli altri due per venderli e ricavare del denaro durante il viaggio. Tieni per te il pi veloce. Butter gi un atto di vendita, ti render le cose pi semplici. Ci vediamo all'albero con le sedie tra circa venti minuti: dovrebbero bastarti, per raccogliere le tue cose. Prendi il minimo indispensabile, e i cavalli. So che sar difficile per te lasciare quell'armadio e quello specchio, ma devi.
Loving torn in casa tossendo, la coperta appoggiata sulle spalle in un modo che lo faceva sembrare una vecchia squaw. Io mi diressi in soffitta. Ero giunto in quel posto con un orologio e un vecchio cavallo - che era pure morto, senza riuscire a superare il primo inverno - e stavo andando via con un cavallo per me e due da vendere. Me li ero anche guadagnati, in un certo qual modo, eppure mi sentivo a disagio. Non volevo lasciare il signor Loving: amavo quell'uomo quanto avevo amato mio padre e mia madre.
Riempii le bisacce. Feci in modo di non renderle troppo ingombranti, ma ci avevo messo parecchia roba, compreso del cibo che avevo conservato per uno spuntino notturno, pane, carne essiccata e delle uova sode in un sacchetto di carta. Arrotolai dei vestiti e altra roba nella mia coperta. Ne presi un'altra e la arrotolai con dentro quegli stivali cos belli che mi aveva regalato il signor Loving, alcuni dei vestiti pi eleganti e un cappotto.
Come mi aveva consigliato il signor Loving, scelsi i tre cavalli migliori, ne sellai uno, ne usai un altro per portare il carico, e tenni il terzo di riserva.
Ero pronto a raggiungere l'albero con le sedie, quando sentii uno sparo. Chiusi di nuovo i cavalli nel recinto e corsi all'albero. Il signor Loving era seduto su una delle sedie, la testa riversa all'indietro e lo sguardo rivolto al cielo. Riuscii a vedere che aveva gli occhi aperti. Vi era riflessa la luce delle stelle.
Ansioso, mi avvicinai e vidi che la mano penzolava su un fianco, con una piccola pistola che dondolava appesa a un dito. Si era sparato alla testa, dietro l'orecchio.
Restai per un momento a guardarlo, poi urlai al cielo e mi lasciai cadere sulle ginocchia gridando e scoppiando in un pianto dirotto. Ero cos arrabbiato che lo colpii a una gamba.
Il dolore che provavo non  qualcosa che si pu descrivere con le parole. Tutto quello che posso dire  che mi sentivo come quando era morta mamma e pap era stato assassinato, forse addirittura un po' peggio, perch sembrava che le persone che amavo fossero destinate tutte a morire, non importa dove mi trovassi.
Fu allora che mi accorsi della grande busta che teneva in grembo. Sopra c'era scritto il mio nome. La aprii, e dentro c'erano tre lettere che doveva avere pronte gi da un pezzo. Nella prima diceva semplicemente che si era ucciso e che io non avevo nessuna colpa, poi c'era la sua firma. Lasciava tutti i suoi beni terreni a quello che chiamava un procuratore legale, una formula lunghissima per indicare un dannato avvocato.
Aprii la seconda: un atto di vendita col quale mi cedeva i cavalli e una serie di oggetti, molti dei quali si trovavano nei sacchi che avevo preparato, insieme ad altri che avevo deciso di lasciare ma avrei portato sicuramente con me se avessi avuto spazio sufficiente. Mi conosceva molto bene.
L'ultima lettera era per me. La lessi alla luce della luna. Diceva:
Willie, se mi chiedessi: l'avresti fatto due anni fa? ti risponderei di no.  una soluzione da codardi. Ma spesso, quando andavo in citt, era anche per farmi visitare da un dottore, e ho scoperto di avere dentro di me un tumore grande come uno sterco secco di cavallo, o almeno cos dice il mio segaossa, insieme a una lunga serie di problemi di salute che mi avrebbero portato comunque dritto alla tomba.
Non volevo che mi vedessi ridotto in quello stato disgustoso, e anche se so che non approvi questo mio modo di andarmene, ti prego di capire che l'ho fatto perch non sono pi in grado di proteggerti, e il dolore era cos grande che non riuscivo ad aspettare un solo minuto in pi. Pensavo di farlo dopo che tu fossi partito, ma non  stato possibile, dunque lo faccio ora.
Arriveranno, e tu devi andare. Ti accuseranno di avermi ucciso, ma ho lasciato una busta con alcuni appunti e le mie volont per il mio procuratore legale, G. O. Freemont, da aprire dopo la mia morte. La lettera in cui spiego la decisione di suicidarmi sar letta in pubblico, in citt, in modo tale che tutti sappiano che ho perso la vita per mano mia. Gli ho detto che avrei preso questa decisione, un giorno, e che avrei lasciato delle cose a un giovane che lavorava per me, e che probabilmente sarebbe stato costretto a partire.
Gli ho detto che sei stato accusato di un crimine che non hai commesso. Lo conosco da anni, di lui ci si pu fidare.  mio cugino. Gli ho dato tutte le informazioni necessarie. La fattoria e i beni saranno venduti, e il ricavato sar messo su un conto in banca a tuo nome. Ora devi girare alla larga, ma poi torni qui e gli mostri questa lettera per confermare il tuo diritto ai soldi, anche se potrebbe essere necessaria una conferma della tua identit.
Dunque, sei un bel ragazzo, ma ho dovuto dirgli delle orecchie cos sar pi facile riconoscerti. Non ora, per. Tieni le orecchie coperte mentre ti sposti, altrimenti sicuro come la merda ti riconosceranno. G. O.  un uomo abbastanza giovane, sembra in salute, quindi mi aspetto che lo troverai quando sar il momento di tornare da queste parti.
Guarda sotto la sedia, troverai il secchio. Dentro ci sono la Colt e la LeMat, e una fondina che non si attaccher alle pistole quando le afferrerai per tirarle fuori. Sempre l dentro troverai munizioni per entrambe, e anche delle cartucce calibro 16. Il Winchester lo trovi appoggiato all'albero. Per quello puoi usare pure le munizioni della Colt. Ho visto che ce ne sono un po', dall'ultima volta che l'hai usata. Sii forte e ricorda che non vali meno di chiunque altro, ma non farti prendere troppo dalla rabbia, perch sar la tua rovina, specialmente se hai una pistola addosso. Usa un cappello a tesa larga di giorno, come ti ho insegnato, perch le tue orecchie, anche se hai la pelle nera, si scotteranno.
Ora sono stanco, e ti vedo fuori dal recinto, perci  ora di concludere questa lettera e spararmi un colpo in testa. Assicurati che il bestiame stia bene e sia ben nutrito. Quando si sparger la voce che sono morto, il mio procuratore legale si occuper di vendere tutto. Dirigiti a ovest, ma prima vai a est. Attraversa il canale e taglia verso ovest quando superi Pine Ridge.
Lasciami qui sulla sedia. Facciano quello che vogliono col mio corpo, se lo possono prendere, tanto servir a poco, sia a me che a loro.
Willie, per me sei come un figlio, e ti auguro con amore ogni bene, come farebbe un padre. E ora fila via, pi svelto di un demonio.
P. S. Fai attenzione con le donne. Possono causarti problemi.
Ripiegai le lettere con le mani che tremavano e le riposi nella busta. Raccolsi le armi, le munizioni, la fondina, poi tornai al recinto e caricai le armi sul cavallo. Sistemai il Winchester nel fodero della sella e alcune delle munizioni sul cavallo che portava i sacchi. Allacciai la fondina con dentro la LeMat e diedi velocemente da mangiare agli animali. Il cibo sarebbe bastato per un paio di giorni. Naturalmente, non potevo escludere che qualche malintenzionato venisse a rubarli, ma non  che potessi farci molto. Pensai persino di liberare tutto il bestiame, ma poi decisi che non era un'idea migliore rispetto a quella di lasciarlo l, anche se ancora oggi mi sento in colpa per non averlo fatto.
La luna aveva disegnato un sentiero di luce sul terreno. Riuscire a vedere bene era una cosa buona per me, ma lo sarebbe stata anche per chi mi seguiva. Mi diressi a est, come aveva detto il signor Loving. Non impiegai molto tempo a raggiungere il sentiero tra i pini. Era la stessa strada da cui ero arrivato anni prima. Poco dopo ero nella palude, diretto a Pine Ridge. Se tutto fosse andato bene e nessuno mi avesse castrato e impiccato entro il mattino successivo, ci avrei dato dentro fino ad arrivare nel lontano Ovest.
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CAPITOLO 6.
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Durante la notte, mentre mi facevo strada attraverso i pini e la palude e prima di tagliare verso ovest, le mie preoccupazioni non fecero che crescere. A un tratto, quasi al sorgere del sole, mi convinsi che mi stessero seguendo, e arrivai a pensare che Ruggert e i suoi mi fossero ormai addosso. Avevo con me tutti quei cavalli, mi rallentavano troppo. Pensai di lasciarli andare, tranne quello che stavo cavalcando, ma il fatto che fossero un regalo del signor Loving, e che avessimo dedicato loro tanta cura, sia io che lui, mi imped di farlo. Piuttosto mi convinsi che mi sarei fermato e avrei combattuto, prima di lasciarli andare.
A un certo punto scoprii che dietro di me c'era solo un maiale selvatico che gironzolava nei boschi, e fui felice di non aver abbandonato i cavalli. Durante il giorno mi fermai in una zona fitta di alberi, cui si accedeva da un unico, stretto sentiero. Gli alberi si trovavano su una collina, uno a ridosso dell'altro, e tra loro c'erano viticci, rovi e spine, che facevano somigliare il boschetto a un recinto. Legai i cavalli e mi feci strada tra gli alberi a piedi, visto che al centro c'era dello spazio libero. Mi trovai in una zona dove un fulmine doveva aver colpito gli alberi, carbonizzandoli in modo tanto rapido che l'incendio non si era propagato. Presi i cavalli e li portai nella radura.
Ne approfittai per togliere la sella al cavallo che montavo, in modo da dargli un po' di sollievo, e levare il carico di dosso all'altro. Era una decisione rischiosa. Se fosse arrivato qualcuno e avessi dovuto scappare o combattere, non avrei avuto il tempo per caricare di nuovo le bestie, e l'unica via di uscita sarebbe stata lo stretto sentiero da cui ero entrato. In effetti ero nascosto abbastanza bene, ma ero anche in trappola, se qualcuno mi aveva seguito. In quel momento per non me ne importava niente. Ero stanco morto. Zoppicando diedi ai cavalli da mangiare, e li feci bere dal mio cappello. Mangiai ben poco, una striscia di carne essiccata e un pezzo di pane salato.
Mi allungai sulla coperta che avevo sistemato a terra, la testa sulla sella
a mo' di cuscino: mi sentivo distrutto, come mai in vita mia. In quel momento avrei potuto strisciare sotto la pancia di un grosso serpente indossando un cappello a cilindro e un paio di stivali col tacco alto. Cercavo di pensare ai bei momenti trascorsi con il signor Loving, a quando cucinavamo insieme e leggevamo, ma serv a ben poco. Riuscivo solo a vederlo morto sotto l'albero con le sedie, la piccola pistola che gli dondolava da un dito.
Il mio piano consisteva nel riposare durante il giorno e muovermi di notte, a condizione che il cielo fosse abbastanza illuminato. Quando mi svegliai era buio pesto. Riuscivo a vedere le stelle negli spazi tra le cime degli alberi. Rimasi l fermo per un po', mi sentivo solo ed ero spaventato. Mangiai un altro pezzo di carne essiccata e un ultimo morso di pane, diedi altro grano ai cavalli e un po' d'acqua, poi ci mettemmo in marcia.
Continuai cos per tre giorni: viaggiavo di notte, dormivo di giorno, restando il pi possibile lontano dalle vie battute. Mi pare fosse il quarto giorno quando mi resi conto che non c'era nessuno sulle mie tracce e che forse non mi avrebbero mai trovato. Allora cominciai a viaggiare a orari pi regolari. Mi spostavo di giorno e mi accampavo di notte. Alla fine arrivai in una citt che si trovava pi o meno al confine tra l'East Texas e le Grandi Pianure. In una scuderia riuscii a vendere uno dei cavalli a un prezzo adeguato. L'affare and liscio perch avevo con me l'atto di vendita. Quando giunsi alla citt successiva, ero ormai stanco di portarmi dietro l'altro cavallo con il carico. Lo vendetti, insieme alla maggior parte della roba che mi ero portato.
Firmai il nuovo atto di vendita col mio nome, e fu allora che capii che avrei dovuto trovare uno pseudonimo. Decisi che avrei usato una parte del suo nome, o qualcosa di simile. Tate divenne Nate, Nate divenne Nat, e Loving divenne Love: fu cos che mi trasformai in Nat Love. Questo  il nome con cui sono conosciuto un po' dappertutto, e che ho conservato da allora.
Attraversai i boschi e mi addentrai nelle pianure, dove era difficile trovare acqua o ombra. Mi diressi verso un punto dove la vegetazione era appena pi fitta e trovai un paio di ruscelli, anche se l'acqua era poco pi che un rivolo. Mi bast per dissetare me e il cavallo, e per riempire la borraccia. Man mano che proseguivo il cammino diventava sempre pi arduo, perch era meno frequente trovare boschetti o acqua. Ricominciai a viaggiare di notte e a dormire durante il giorno, perch il calore era diventato insopportabile. La notte invece faceva parecchio freddo, ma grazie al cappotto non soffrivo tanto, e non c'erano alberi e ombre a rendere difficile il cammino.
Una notte, mentre cavalcavo, guardai verso il cielo cercando di riconoscere alcune delle stelle di cui mi aveva parlato il signor Loving. All'improvviso quel cielo divenne cos grande che cominciai a sentirmi inutile come un granello di polvere nel letto di un torrente asciutto, ma poi, in un secondo momento, un'altra sensazione mi colse. Era come un senso di libert. Non avevo pi legami. In quell'istante vidi il mio futuro diventare immenso, come il cielo sopra la mia testa.
Un mattino, molto presto, mentre la notte stava morendo e il sole sorgeva, arrivai in una citt talmente piccola che il cartello di entrata e di uscita erano quasi nello stesso posto. Su entrambi c'era scritto RANSACK. Da ci che riuscivo a vedere e sentire era in arrivo un temporale, cos mi fermai l e trascorsi la notte in una stalla pagando un dollaro, che era come farsi rapinare senza che nessuno ti avesse puntato una pistola in faccia. A farla valere meno di un dollaro era il fatto che fosse infestata dai topi, e se anche c'era un gatto preferiva restarsene nascosto. Erano talmente grossi da poter massacrare un tacchino prima che potesse reagire, perci capivo bene le motivazioni del gatto. Scorrazzarono su di me per tutta la notte, facendo un tale baccano che pareva avessero gli stivali ai piedi.
Vidi la luce di un lampo tra le assi alle pareti, seguita da un tuono fragoroso, e la pioggia entr attraverso le doghe: tutto cospirava a rendere quella notte orribile. Quando mi svegliai, poco prima dell'alba, bagnato e ancora stanco, scoprii che nell'agitarmi ero finito su uno di quei topi, schiacciandogli la testa come una noce.
Quando si fece mattina la pioggia era cessata: andai sul retro dell'hotel e con due monete riuscii a comprare dei fiocchi d'avena con lo zucchero e il burro e del latte non troppo avariato, insieme a un caff cos leggero che si riusciva a vedere il fondo della tazza anche se era piena fino all'orlo. Sapeva di fondi di caff spolverati nell'acqua. Dopo aver sgranocchiato l'avena e mandato gi il caff, uscii a cavallo e passai accanto a un carro che trasportava merci, aveva perso una ruota ed era caduto su un lato, riversando a terra un carico di ossa di bisonte che qualcuno aveva raccolto nella prateria. Da quelle parti le ossa di bisonte venivano macinate e usate come fertilizzante. Fissavo il loro biancore, pensando di riparare il carro e raccoglierle per qualche dollaro, ma poi decisi che non valeva la pena.
Sicuro come la morte, qualcuno sarebbe arrivato per riprendersele, e in men che non si dica mi sarei trasformato in un ladro.
Mi guardai le spalle e mi accorsi che c'erano tre uomini a cavallo che mi osservavano da una collinetta, in lontananza. Mi spostai sull'altro lato del carro e scesi da cavallo.
Pensai che forse uno degli uomini era Ruggert, ma erano troppo distanti per poterne essere sicuro. Mi pareva che gli somigliasse, e l'altro bianco mi ricordava Hubert. Il terzo uomo era di colore, cosa piuttosto strana, ma comunque non potevo correre rischi. Presi il Winchester dal cavallo e mi sistemai dietro il carro, sbirciando attraverso gli spazi tra le ossa.
Rimasero l fermi per parecchio tempo. Credo che, chiunque fossero, avessero capito che ero in una buona posizione, sicuramente migliore della loro, e se era questo che stavano pensando non potevo che dargli ragione. Rimasi per un po' dov'ero, sbirciando di continuo per vedere se si avvicinavano. Se avevano deciso di scendere dalla collina, che era piuttosto scoscesa su entrambi i lati, sarebbero stati ben visibili all'orizzonte. Da dietro a quel carro ribaltato, avrei potuto sparare e buttarli gi dai cavalli come bottiglie da un palo.
Continuai a vigilare per quasi un'ora, poi partii al galoppo, per non dar loro il tempo di raggiungermi da dietro o di fianco. Cavalcai per il resto del giorno guardandomi le spalle, ma non li vidi mai. Cominciavo a credere di essermi sbagliato, sul loro conto, e che si fossero trovati l per caso.
Avevo lasciato Ransack da circa mezza giornata quando vidi un tizio di colore che faceva i suoi bisogni dietro alcuni cespugli di mesquite, e si puliva il culo con una manciata di foglie ruvide. Se fossi stato un bandito, avrei potuto sparargli e rubare il cavallo, visto che era totalmente assorto nella sua impresa, tanto che anche da lontano riuscivo a vedere lo sforzo nei suoi occhi.
Felice di essere sotto vento, e odiando interrompere chi si fa gli affari propri, restai seduto sul mio cavallo finch non ebbe finito l'opera di pulizia con le foglie, poi lo chiamai: - Ciao, cagone.
Lui mi guard e sorrise. - Non hai intenzione di spararmi, vero?
- No. Pensavo di rubare il tuo cavallo, casomai, ma  un cesso, e pure rutto di faccia.
- Sembra quasi che tu stia parlando di una moglie, non di un cavallo, -disse. - Quando ho lasciato la piantagione l'ho preso con me. Non era un granch allora, e adesso  ancora peggio.
Era rimasto fermo dietro al cespuglio. Poi si alz i pantaloni e io lo osservai attentamente mentre prendeva un Winchester da terra. Si incammin verso il mio cavallo. Aveva il Winchester nella mano sinistra, e la destra tesa. Camminava dritto e compito, come se avesse un bastone su per il culo. Rifiutai gentilmente di chinarmi da cavallo e accettare la stretta di mano, pi che altro perch le sue dita sembravano un po' troppo marroni, e lasciare che un uomo con un fucile mi afferrasse la mano destra non mi pareva comunque una buona idea.
Annu al mio rifiuto, senza fare una piega. Lo osservai, notai che era alto e magro e indossava un cappello con sopra una grossa piuma. Il viso era liscio, e aveva un naso quasi da bianco. Anche gli occhi verdi non li aveva certo ereditati da un africano. Da qualche parte, nella sua stirpe, doveva essersi intromesso un viso pallido.
Infil il fucile in uno stivale e sal a cavallo. Disse: - Sto andando a Fort McKavett per unirmi all'esercito, se vuoi venire con me.
- Ho la tua stessa intenzione, - dissi, e fu cos che finimmo per viaggiare insieme.
Al calar della sera eravamo gi piuttosto in sintonia. Trovammo un torrente dove lui pot lavarsi le mani col sapone di liscivia che aveva nel sacco: ci rese la stretta di mano pi invitante, e cos gliela concessi. Aveva del caff e dei biscotti con pochi vermi. Tir fuori una pentola, accese un fuoco con i cespugli di mesquite e in men che non si dica ci stavamo riposando appoggiati alle selle, i cavalli legati vicini, mangiando biscotti e bevendo un caff terribile. Il mio nuovo amico era uno dei cuochi peggiori che avessi mai conosciuto.
Lo ringraziai per il cibo, e poich tutto quello che avevo da offrire era una conversazione, cominciammo a chiacchierare. Si chiamava Cullen, ma parlava di s come dell'Ex Negro di Casa, quasi fosse un grado dell'esercito. Mi raccont una lunga storia su come aveva ottenuto la piuma che portava sul cappello: per farla corta, si era avvicinato di soppiatto a un falco appollaiato su un ramo, per strappargliela dalla coda.
Finita quella storia, disse: - Quando il mio giovane padrone  andato in guerra contro gli Yankee, l'ho accompagnato. Ho combattuto con lui indossando un cappotto e pantaloni grigi. Ho sparato ad almeno una mezza dozzina di Yankee.
- Sei fuori di testa? - dissi. - Quelli erano dalla nostra parte.
- Ero un negro di casa, - disse lui, come se non l'avesse gi sottolineato almeno una mezza dozzina di volte. - Sono cresciuto col Master Gerald, il mio giovane padrone, e non era un problema per me andare in guerra con lui. Eravamo amici. E guarda che come me ce n'erano tanti.
- Secondo me dovete aver sbattuto la testa da bambini, - dissi.
- Quella guerra non  scoppiata solo per la schiavit, lo sai. Si trattava di difendere i diritti degli Stati.
- E di quali diritti stiamo parlando? - chiesi, dopodich mi risposi da solo: - Te lo dico io. Del diritto di possederci come fossimo bestiame. Al diavolo, i diritti degli Stati. Che vadano all'inferno.
- Il giovane padrone e il vecchio padrone erano brave persone, - disse.
- S, ma erano comunque padroni, - ribattei. - E tu eri una loro propriet.
- Forse sono nato per essere propriet di qualcuno, - disse.
- Nato per essere propriet di qualcuno?
- Citavano sempre un passo della Bibbia.
- Di nuovo il maledetto Cam, - dissi.
- S, proprio cos; un tizio di nome Cam.
- Quella storia ha a che fare con le palle di No, - spiegai. - No era il tizio che aveva tutti quegli animali sulla sua barca, e la storia delle palle e degli schiavi  un'autentica fesseria.
- Oh, la conosco, quella storia, - disse, ma non fece altri commenti in proposito. Fiss invece il fuoco per un po', come se potesse scorgervi un volto familiare. - Amavo il giovane padrone come un fratello. Ero il suo schiavo personale. Facevamo tutto assieme. Gli hanno sparato, durante la guerra, alla gola.  rimasto stecchito, come un tronco d'albero. Ho tagliato un pezzo della sua camicia e l'ho impregnato del suo sangue, poi l'ho spedito a casa con un biglietto che descriveva cos'era successo. Essendo un negro di casa, so leggere e scrivere abbastanza bene. Dopo la battaglia, ho dovuto seppellire il giovane padrone non lontano dal campo dov'era morto. Non avevo altra scelta. Poi sono tornato a casa, visto che l non avevo altro da fare e il vecchio padrone aveva bisogno di me.
- Hai scelto di tornare a casa?
- S. Una volta finita la guerra e liberati gli schiavi, sono tornato dove stavo bene, cio nella piantagione insieme al vecchio padrone e sua moglie. Da quel momento, per,  cominciato ad andare tutto storto. Sono arrivati i maledetti Yankee, a dire come si dovevano fare le cose. Gli altri schiavi non avevano neppure un briciolo di lealt. Sono scappati tutti. Compresa la puttana gialla che era l'amante del vecchio padrone. Lui la trattava bene, e sua moglie se n'era fatta una ragione, perci non capisco cosa avesse da lamentarsi. Aveva bei vestiti, profumi, eccetera.
Il vecchio padrone e sua moglie sono morti: prima lui, e lei poco dopo. Li ho sepolti sotto un olmo, vicino casa. Era un buon posto. Su una collinetta, alla distanza giusta dalla latrina e dall'acqua stagnante. Mi era rimasto solo il cane del vecchio padrone.
Quel cane era vecchio come la morte, e forse anche di pi. Non riusciva a mangiare, cascava di continuo, cos sono stato costretto a sparargli. Mi ha fatto soffrire quasi quanto la morte dei padroni. Doveva avere almeno diciotto anni. Non molto tempo dopo, ho preso alcune cose dalla casa e mi sono messo in viaggio, senza sapere dove andare, come un pollo cieco. Sono venuto a sapere che il governo consentiva alle persone di colore di arruolarsi. Da solo non sono buono a niente. Ho bisogno che mi si dica cosa fare, cos ho deciso che l'esercito faceva al caso mio.
A quel punto ero davvero convinto che l'Ex Negro di Casa avesse qualche rotella fuori posto, ma mi guardai bene dal dirglielo, almeno per il momento. Eravamo compagni di viaggio, ed era cosa saggia cercare di mantenere buoni rapporti.
Circa tre giorni dopo arrivammo a Fort McKavett, tra il fiume Colorado e il Pecos, vicino alla sorgente del fiume San Saba. Imponente come un regno, quel forte, o almeno cos mi sembr allora. Era situato su una grande altura e da l si aveva una visuale completa delle terre attorno. All'ingresso c'erano dei soldati di colore a cavallo che si esercitavano: sembravano belli e forti alla luce del sole, e di luce ce n'era in abbondanza, cos tanta che eri costretto a strizzare gli occhi. Provenivo da luoghi caldi, afosi, ma almeno potevo ripararmi sotto un albero. L, invece, l'unico riparo era un cappello, o al massimo una nuvola scura che velava il sole di tanto in tanto, e durava il battito d'ali di un uccello. A ogni modo, ero l. Pieno di sogni e di prurito alle parti basse a causa della lunga cavalcata. Io e il mio nuovo amico, l'Ex Negro di Casa, restammo in groppa ai nostri cavalli per un po', a osservare il forte e i soldati a cavallo che si esercitavano. Guardarli mi riempiva di orgoglio perch sembravano forti, ma era pi a causa del loro aspetto che delle loro capacit. Le uniformi erano una sorta di menzogna. Non sapevano andare a cavallo. Cadevano continuamente, tanto che ti veniva da pensare che lo facessero apposta. Salivano a cavallo, cadevano, rimontavano, e poi ricominciavano da capo. Comunque, erano soldati di colore, ed era bello vederli fare qualcosa di diverso dal maneggiare un aratro o dall'affannarsi dietro ai bianchi, pronti a tagliare la loro legna o a pulire i culi dei loro figli. Cavalcammo fino a raggiungerli.
Nell'ufficio del comandante, io e l'Ex Negro di Casa ci piazzammo davanti a una grande scrivania, dietro la quale era seduto un uomo bianco che si chiamava colonnello Hatch. Aveva i baffi e cerchi di sudore grossi come padelle sotto le braccia. Il suo sguardo era puntato su una mosca appoggiata su una pila di carte, sopra la scrivania. La mosca apriva le ali di tanto in tanto come se volesse spiccare il volo, ma era solo una finta. Restava l. Ogni volta che apriva le ali, il colonnello Hatch tratteneva il respiro, come se temesse che la mosca si alzasse in volo e gli sfuggisse. Dal modo in cui fissava quella dannata mosca sembrava che stesse mirando a un Apache. Accanto a lui stava impalato un soldato di colore che poteva avere forse cinquant'anni, tranquillo, senza alcuna espressione sul volto. Era talmente immobile che sembrava dormire a occhi aperti.
Il colonnello Hatch disse: - Dunque volete arruolarvi nell'esercito di colore. Suppongo che sia perch siete entrambi di colore.
Arguto, questo colonnello.
- S, signore, - dissi. - Vorrei arruolarmi come soldato a cavallo nel Nono Cavalleria.
Il colonnello con riluttanza stacc gli occhi dalla mosca. - Di negri a cavallo ne abbiamo in abbondanza. Ci servono negri a piedi per la dannata fanteria.
Pensai che nessuna cosa che avesse l'etichetta "dannata" appiccicata sopra potesse fare al caso mio.
- Ho ragione di credere che nessuno qui sia in grado di andare a cavallo come me, - dissi. - Compreso lei, colonnello, anche se sono certo che in groppa a un cavallo sia un gran figlio di puttana, e lo dico con il massimo rispetto, naturalmente.
Hatch alz un sopracciglio. - Davvero?
- S, signore, - dissi. - Niente chiacchiere, solo fatti. So cavalcare sulla schiena di un cavallo, sotto la sua pancia, farlo sdraiare, farlo saltare, e infine, se mi piace, posso metterglielo nel culo finch non sorride e mi porta il caff e le pantofole, sempre che io abbia a disposizione pantofole e caff. La parte che riguarda il culo  solo uno scherzo, ma per il resto sono serissimo.
- La parte che riguarda il culo non c'entra con i fatti.
- No, signore.
- Ma il cavallo ti porter le pantofole e ti far il caff, anche senza che glielo metti nel culo?
- Assolutamente, - dissi.
- Forse sai davvero cavalcare come un figlio di puttana, - disse il colonnello Hatch. - E tu invece?
Si era rivolto all'Ex Negro di Casa, il quale rispose: - Non ho nessuna intenzione di scoparmi cavalli, ma so cucinare e lucidare l'argenteria. Ero un negro di casa, al massimo guidavo un calesse.
- Un calesse, eh? - disse il colonnello Hatch, e in quel momento cal lamano sulla mosca e la prese in pieno.
- Bastarda, - disse. Si pul la mano e fece cadere la mosca sul pavimento.
Il soldato di colore, quello che pareva dormire in piedi, dimostr di essere sveglio. Si mise subito in azione: si chin, raccolse la mosca tra il pollice e l'indice coperti da un guanto, port la bestia schiacciata fino alla porta aperta e la gett fuori.
Hatch si pul il palmo della mano sui pantaloni, guardandomi nello stesso modo in cui aveva guardato la mosca, e disse: - Andiamo fuori e vediamo un po' quanto di quello che dici  vero, e quanto invece  solo un mucchio di stronzate.
C'era un recinto l vicino, e i cavalli all'interno apparivano agitati, come se fossero pronti per trasformarsi in sapone, e ansiosi di farla finita. Ma c'era anche un altro recinto, pi piccolo, con dentro un cavallo che quasi lo riempiva da solo. Era un grosso stallone nero, sembrava che odiasse gli uomini e che fosse capace di mangiarseli per poi cacarli tutti, pelle e ossa, sotto forma di bisacce. Mi punt gli occhi addosso appena mi avvicinai al recinto. Quando vi girai attorno, ruot sulle zampe, per tenermi sotto tiro. Oh, sapeva cosa stavo per fare, molto bene.
Hatch prese tra le dita la punta di un baffo e cominci a giocherellarci, poi si volt per guardarmi. - Se monti quel cavallo come dici di saper fare, vi prendo entrambi nella cavalleria, e l'Ex Negro di Casa potr diventare il nostro cuoco.
- Ho detto che so cucinare, - disse l'Ex Negro di Casa. - Non che sono bravo. So fare la torta di pesche, se vi va bene anche senza crosta. Pi che altro so fare l'impasto per le torte. La crosta mi frega sempre.
- Quelli che abbiamo adesso, - disse Hatch, - non sanno neanche da dove si comincia, a cucinare. Sono solo un paio di tizi che fanno bollire l'acqua e ci buttano roba dentro, per lo pi rape. Siamo appena un gradino pi in alto rispetto al mangiare sterco di cavallo. Quindi, se riesci a fare di meglio, qui sarai un dannato chef.
Quattro soldati di colore avevano afferrato il cavallo, e tra loro c'era anche il tizio mezzo addormentato, l'assistente del colonnello. Mentre lo trattenevano, gli aspiranti allevatori quasi persero un occhio, e tutti quanti, chi prima e chi dopo, furono sballottati da una parte e dall'altra e ruzzolarono sulla terra calda e sabbiosa come larve. Alla fine riuscirono a infilargli un cappio sul muso, lo imbrigliarono e lo sellarono, poi lo portarono in un recinto vuoto. Quando uscirono dal campo di battaglia, tanto per capirci, due di loro zoppicavano. Il tizio mezzo addormentato si teneva la testa e sembrava sconvolto dal fatto di essere ancora vivo. Avevano legato il cavallo alla ringhiera del recinto e quello scalciava a vuoto come se potesse abbatterla.
- Vai, accomodati, - disse il colonnello Hatch. - Facci vedere cosa riesce a combinare Bellerofonte con il suo Pegaso.
Hatch non immaginava certo che potessi sapere di chi stava parlando, ma io grazie al signor Loving ne ero al corrente.
- Le mostrer la mia versione di Bellerofonte, e anche di Perseo, -dissi, solo per fargli capire che non ero ignorante come credeva, ma lui non diede alcun segno di stupore. La mia osservazione fu inutile come un cenno del capo rivolto a un cieco.
- Immagino che tra poco dovr riprendere il cammino, - disse l'Ex Negro di Casa, avvicinandosi a me. - E senza un lavoro come cuoco.
- Bella fiducia che hai, - dissi.
- Vedo solo le cose come stanno, e immagino come andranno a finire, -replic. - Hai un ultimo desiderio?
- Sotterrami sotto un albero, sempre che tu riesca a trovarne uno. Meglio ancora, sotterrami insieme a questo cavallo, ma prima piantagli un palo nel cuore.
Visto che avevo fatto lo spaccone, non mi restava che affrontare la bestia.
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CAPITOLO 7.
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Non esageravo quando avevo parlato della mia abilit con i cavalli. Ero molto bravo a cavalcare. Avevo imparato tanto, dal signor Loving. Ma mai nella vita avevo montato una montagna del genere. Era pi nero del fondo di una miniera d'argento. Aveva muscoli su muscoli, l'aria di un demonio e faceva paura solo a guardarlo.
Scavalcai il recinto e quel mostro gir i suoi occhi stretti su di me. Giurerei di avervi visto dentro delle scintille. Appena tentai di avvicinarmi scosse la testa, le redini si staccarono dalla staccionata e io scattai per afferrarle. Ebbene, mi era stato insegnato a cavalcare come gli indiani, con le ginocchia che stringevano forte il cavallo, ma solo con bestie addestrate, che sapevano cosa stavo facendo. Questo qui non aveva avuto alcun tipo di addestramento. Era un assassino nato. Comunque, riuscii a restare in groppa e ad afferrare le redini. Certo, mi sbatteva da una parte all'altra come se fossi una bottiglia di whisky. Mi mantenevo al centro, una mano che reggeva le redini, l'altra stretta alla sella. Tenevo le ginocchia cos strette che le palle mi si stavano gonfiando.
E diamine, ragazzi, come si dimenava. Si impenn cos forte e cos a lungo che mi parve di vedere delle anatre in volo verso nord, anche se nessuna di loro scambi la bestia per una mosca cavallina, ve lo posso assicurare. Andavamo gi all'inferno, tra forconi e diavoli, e poi di nuovo su, tra le arpe celesti. A un certo punto non distinguevo pi la terra dal cielo. Tutto quello che sapevo era che mi pareva di essere piegato su un ceppo, e che qualcuno mi stesse colpendo forte le chiappe con un bastone: le mie ossa vibravano a tal punto che ero sicuro che prima o poi avrei sputato i denti dal buco del culo.
Fui disarcionato un paio di volte, ritrovandomi col culo all'aria, ma riuscii sempre a tornare in groppa. Alla fine quella bestiaccia spicc un altro dei suoi voli, cadde di lato e rotol. Mi schiacci una gamba sul terreno lurido, poi il fianco e la testa. Il terreno era stato smosso dagli zoccoli di tanti cavalli, quindi era morbido, e quando il cavallo vi rotol io feci altrettanto, perdendo il cappello e tenendomi la testa. Se la terra non fosse stata morbida, le mie ossa si sarebbero frantumate al punto che sarebbe stato difficile recuperarne le briciole con un setaccio per la farina.
Dopo quella caduta si rialz, sbuff e mi trascin lungo la staccionata del recinto, cercando di staccarsi dalla mia gamba. Riuscii a portare la gamba sulla sella e a tornare in groppa. Quando se ne accorse, cavalc fino al centro del recinto e spicc un altro grande balzo verso il cielo, questa volta cos in alto che pensai che non sarei mai pi tornato gi e avrei sbattuto la testa contro la luna. Ma alla fine gi ci tornai, e quando accadde desiderai che non fosse mai successo, vista la fitta tremenda che mi attravers la schiena. Un fulmine mi percorse la spina dorsale fino alla testa, facendo sventolare le mie considerevoli orecchie come ali di colibr.
Quando atterrammo il cavallo vacill leggermente, scalci e cominci a trottare attorno al recinto, sbuffando. Mi chinai per parlargli all'orecchio e dissi: - E questo me lo chiami scalciare?
Parve offeso da quello che avevo detto e punt dritto al recinto. Colp la staccionata col torace, piantandosi cos forte nel terreno che le zampe sembravano radici di quercia. Volai via dalla groppa e finii oltre la staccionata, per poi atterrare in mezzo ad alcuni soldati che assistevano alla scena, disperdendoli come quaglie.
Il colonnello Hatch mi raggiunse, guardandomi dall'alto in basso.
- Dunque, non sei pi furbo del cavallo, ma sai cavalcare abbastanza bene. Tu e l'Ex Negro di Casa potete unirvi alla cavalleria. Prendete una divisa e un paio di stivali pi o meno della vostra taglia, mentre con quelle orecchie credo che tu possa indossare un cappello di qualsiasi misura. Prendete tutto quello che trovate e mettetevelo addosso: alle prime luci dell'alba comincerete l'addestramento per entrare nella Cavalleria di Colore degli Stati Uniti.
- S, signore, - dissi.
- Ci sono dei moduli da compilare? - chiese Hatch, rivolgendosi al soldato di colore mezzo addormentato.
- S, signore, - disse il soldato.
- Bene, compilate anche quelli -. E se ne and, mentre il soldato mezzo addormentato e l'Ex Negro di Casa mi aiutavano a rimettermi in piedi.
Ci esercitammo giorno dopo giorno con il resto delle reclute della cavalleria, su e gi per il recinto e infine fuori e attorno al forte, finch ci sembr di essere diventati pi precisi e pi brillanti di quanto fossimo in realt.
Di una cosa ero certo: meglio far parte della cavalleria che della fanteria, dove sembravano tutti sempre stanchi, sbronzi, sudati e preoccupati, e avevano l'aria di chi ha bisogno di sdraiarsi a terra.
Il cavallo che mi fu assegnato era l'orco nero che avevo cercato di battere: evidentemente me l'ero comunque cavata a sufficienza perch qualcuno decidesse che da allora in poi sarebbe stato mio. Non era male come credevo all'inizio: era peggio. Dovevi essere in piena forma e stare in campana ogni volta che lo montavi, perch nel profondo del suo essere lui pensava sempre ad ammazzarti. Se non stavi attento, si divertiva a fingersi distratto, guardando una nuvola, un uccello o roba del genere, poi girava la testa e decideva di fare uno spuntino con la tua gamba. Ho ancora i segni di un suo morso sul ginocchio.
Comunque, i mesi passarono, ci esercitammo, e il mio amico Ex Negro di Casa divenne il secondo miglior cavallerizzo della truppa. Il primo ero io, naturalmente. Cucinava pure, e nessuno mor in quel periodo, anche se ogni tanto qualcuno accusava un gran mal di pancia. La maggior parte delle volte mangiavamo cereali e occasionalmente patate. Grazie a Dio c'erano larve nel grano, altrimenti non avremmo mai avuto carne nel rancio.
All'epoca mi sembrava che andasse tutto bene. Ero orgoglioso della mia uniforme, lo confesso. Mi sedevo in groppa al cavallo nero, che avevo chiamato Satana, e mi sentivo speciale.
L'orgoglio, per, fu ben presto attenuato dalla noia. Per lo pi montavamo di pattuglia. Qualche volta ci allontanavamo per un paio di giorni, lasciando alcuni soldati di guardia al forte. Tutto ci che facevamo era girare a cavallo, guardarci in giro e mettere via i tredici dollari di paga mensile, che alla fine erano solo un mucchio di carta, visto che non avevamo come spenderli. I giorni erano tutti pi o meno uguali. Chiamavo i rospi per nome, e avrei giurato che certi grilli avessero ormai un aspetto familiare.
Il colonnello Hatch era il nostro supervisore, anche se la maggior parte dell'addestramento veniva seguita da un tenente bianco e un sergente di colore che tutti chiamavano Tornado, lo stesso tizio che avevamo incontrato il primo giorno nell'ufficio di Hatch, quello mezzo addormentato che si era liberato della mosca. Gli avevano dato quel nome perch il giorno in cui era arrivato aveva provato a montare un cavallo per la prima volta in vita sua ed era riuscito solo a farlo correre in circolo. Anche se ora era bravo a cavalcare, il soprannome gli era rimasto. Comunque, io ho sempre pensato a lui come il Mezzo addormentato o l'Acchiappamosche.
Il colonnello Hatch era un tipo a posto, comunque, e ci trattava in modo giusto e onesto, anche se un po' rude. Si fidava di noi ed era un bravo soldato, anche gentile, a modo suo. L'avevo visto allontanarsi dal fuoco e inoltrarsi nel buio per scoreggiare. Non  cosa da tutti. Le buone maniere al fronte erano rare.
Il resto del paese, a differenza del colonnello Hatch, ci guardava con sospetto. Lo lessi persino qua e l sui giornali che mi capitavano tra le mani, tutti vecchi di settimane o mesi a parte alcuni che puzzavano di pesce morto da secoli. Dicevano che eravamo un esperimento. Il governo aveva delle riserve su di noi, e mi sembrava di capire che ci giudicasse come un gruppo di neri ignoranti che da un momento all'altro potevano andare fuori di testa, ubriacarsi e spararsi addosso. Avevano gi deciso chi eravamo, e ogni giorno ci toccava dimostrare che si sbagliavano, che non saremmo mai stati come pensavano loro.
La nostra speranza di far vedere alla gente che eravamo all'altezza non sembrava comunque avere alcuna possibilit di concretizzarsi. In fondo eravamo sempre rimasti lontani dall'azione, a parte forse quella volta in cui Rutherford e Prickly Pear - non glielo avevo affibbiato io, quel nome: era tutta colpa di sua madre - si erano contesi l'ultimo biscotto, visto che, per una volta, l'Ex Negro di Casa ne aveva sfornati di ottimi. Fu un combattimento infernale. Mai visti pugni tanto veloci, per non parlare dei morsi. Il colonnello Hatch, che volesse dare una lezione a tutti o avesse semplicemente fame, si avvicin e mangi quel biscotto mentre i due soldati si stavano azzuffando, quindi fu una zuffa inutile.
Ma poi venne il giorno in cui le cose cambiarono. Ci diedero un incarico. L'ordine era di raggiungere un bel torrente che si diramava dal fiume Colorado e fermarci l. Vicino al torrente c'erano alcuni tronchi e parecchi rami secchi. Dovevamo raccogliere la ramaglia e tagliare un po' di alberi per farne legna da ardere, lasciando spazio a quelli pi rigogliosi. In questo modo avremmo avuto una riserva di legna assicurata.
Eravamo una dozzina a fare questo lavoro, che richiedeva una giornata intera. Arrivammo quasi al tramonto. Ci conduceva il tenente bianco, Scufford, e con noi c'era anche Tornado. Era considerato a un livello superiore rispetto ai soldati di colore, anche se non veniva spesso con noi nelle spedizioni perch aveva dei compiti da eseguire per il colonnello Hatch, tipo sbarazzarsi delle mosche e roba del genere.
Ora, io non so perch lo feci proprio quel giorno, visto che di solito lasciavo il Winchester sotto la branda insieme alle pistole, ma quel mattino buio mi capit di portarli con me, insieme alla Spencer e alla pistola che avevo in dotazione. Non era permesso, ma lo feci comunque. Non avevo una vera ragione: portai con me le armi e basta.
I cavalli, tranne il mio, erano esausti quando arrivammo al torrente. Li legammo con una lunga corda come fossero pesci, tagliammo delle foglie per dar loro qualcosa da mangiare, ma senza esagerare per evitare scariche di diarrea. Il venticello che soffiava tra la vegetazione era piacevole, anche se le cime degli alberi non erano altissime. Il fatto  che, dopo aver vissuto nell'East Texas, quelle piante mi sembravano un po' rachitiche. Sempre alberi erano, per, ed era raro vederne da quelle parti, quindi ero felice di trovarmi l. Venne la sera, la luna si alz in cielo e il vento era fresco.
Accendemmo un bel fuoco, visto che non intendevamo nasconderci dagli indiani, anche perch non pensavamo ce ne fossero, almeno nei dintorni. Il tenente non era preoccupato, comunque, dato che ci trovavamo in una buona posizione lungo il torrente e tra gli alberi ed eravamo in dodici, lui compreso, tutti bene armati. Scelse due o tre uomini che montassero di guardia, mentre noi altri ci sedemmo attorno al fuoco, dove saremmo rimasti finch non fosse giunto il momento di dar loro il cambio. La legna per il fuoco era quasi tutta mesquite bello secco: crepitava mentre bruciava e l'odore ricco e pungente mi faceva venire il prurito al naso.
L'Ex Negro di Casa fece il suo piatto migliore, semola e biscotti, e mentre sedevamo per mangiare cominciammo a parlare di questo e di quello, di cavalli e di donne, di chi tra noi avesse l'uccello pi lungo. Poi l'Ex Negro di Casa cominci a lodare i suoi padroni, descrivendoli e raccontando di come avevano combattuto con onore per la
Confederazione, e cos via. Non so come gli venne in mente, fatto sta che sentirlo parlare del loro onore fu per gli altri come aver buttato gi un boccone di merda.
Prickly Pear, che era basso, di spalle ampie e scuro di faccia, e che di solito non diceva molto pi di "ho fame", oppure "vado a cagare", disse: - Sei il pi grande idiota sulla faccia della terra, Negro di Casa. Uno di quelli che non hanno mai capito un accidenti di niente, perch stavi in quella casa a leccare i piedi ai bianchi. Hai imparato a leggere e roba del genere, e pensi di essere bianco, o che dovresti esserlo. Io invece ero un negro delle piantagioni, il mio padrone aveva cinquecento schiavi. Non ci distingueva uno dall'altro, e questo  quanto. Per lui eravamo tutti uguali, come more su una pianta. Se si incazzava con uno dei suoi schiavi si divertiva a legarlo, prendeva un piatto con del grasso e lo faceva riscaldare dalla famiglia del negro finch bolliva. Lo metteva su una griglia e poi ne rovesciava un po' sul suo petto. Li frustava pure, i suoi negri. Forte.
A quel punto Prickly Pear si tolse la camicia e si gir con le spalle verso la luce del fal. Le cicatrici erano spesse, sembravano corde scure che gli attraversavano la schiena. Indoss di nuovo la camicia e disse: - Lo faceva di tanto in tanto, per assicurarsi che i negri non dimenticassero a chi appartenevano. Una volta un paio di schiavi si intrufolarono in un'altra piantagione e rubarono un prosciutto e del vino. Lui non si curava di queste cose, gli bastava che non si facessero beccare e che gli lasciassero una parte del bottino. Ma li beccarono. Avevano ossa di prosciutto e bottiglie nella loro capanna, non avevano condiviso il bottino con nessuno, cos lui li fece uscire e, davanti al proprietario di quel prosciutto e del vino, prese una delle bottiglie e colp i due uomini, dando anche alla vittima del furto la possibilit di fare altrettanto. E quello li colp finch la bottiglia non si ruppe. Poi il padrone gli diede una mazza che aveva fabbricato lui stesso per quelle occasioni e il tizio si accan su di loro, che erano legati e in ginocchio, quindi non potevano difendersi. Li colp fino a che crollarono, le teste spappolate come zucche. Li massacr di legnate fino a farli morire, e noi dovemmo restare l a guardare, uomini, donne e bambini, gridando e piangendo e cercando di sopportare quello che stavamo vedendo. E quando il padrone ci disse di stare zitti noi tacemmo, perch sapevamo che se non avessimo obbedito quella mazza insanguinata si sarebbe abbattuta anche sulle nostre teste. Ecco cosa ho imparato dai padroni e dai bianchi.
- Non erano tutti cos, - disse l'Ex Negro di Casa.
- Vero, alcuni erano peggio, - ribatt Prickly Pear. - Immagino che qualcuno possa essere stato migliore, ma ci non basta a compensare quello che hanno fatto gli altri. Eri una loro propriet, un oggetto, poco importa se venivi picchiato o se dovevi stare in casa a metterlo in culo al padrone mentre lui si infilava una mano tra le gambe per accarezzarti le palle. Appartenevi a lui, e facevi tutto ci che voleva, perch se non l'avessi fatto lui ti avrebbe venduto, scambiato, ucciso, visto che per lui non eri diverso da un cane. Anzi, il cane lo trattava molto meglio di te: se non altro lo nutriva come si deve e gli permetteva di stendersi sotto il portico. Io restavo sempre nella piantagione, e quando fui libero me ne andai da quel paese del Sud cos velocemente che il mio cappello fece un giro completo sulla testa. Raccontatela pure come ti pare, ma non riuscirai a rendere belli quei vecchi tempi.
E ti dico pure un'altra cosa. Quando seppi che il mio padrone era morto, tornai l di notte per cercare la sua tomba. Era stato sepolto gi da un po', ma scavai e spalancai il coperchio della bara, presi le monete che aveva sugli occhi, trascinai in una radura il suo corpo decomposto, mentre i pezzi di pelle gli si staccavano dalle ossa, colpii quel cadavere puzzolente con una verga, come se potesse sapere cosa gli stavo facendo. Lo lasciai l tutta la notte, mi sistemai sotto un albero e aspettai il mattino per vedere gli avvoltoi che si avventavano sul corpo e lo ricoprivano come zecche, e dopo che ebbero finito il lauto pasto me ne andai per non tornare mai pi, e mai pi ho pensato di farlo. Scommetto che quegli avvoltoi si sono pure strozzati, mentre lo divoravano.
- Non l'hai fatto, sei solo volato via come un uccello, - disse Tornado.
- E va bene, non sono tornato l, ma  quello che voglio fare appena sapr che  morto.  solo un pio desiderio, lo ammetto, ma il pensiero mi ha attraversato la mente cos tante volte che  come se l'avessi realizzato.
A quel punto qualcuno si schiar la gola, e il tenente bianco sembr avere un malore improvviso. Cadde un silenzio cos pesante che avremmo potuto sentire il respiro di un uccello notturno.
Anche se era un tipo tosto, doveva aver pensato che fosse il caso di calmare gli animi, nel timore magari che noi, andandoci gi tanto pesante con i ricordi, potessimo ribellarci e picchiarlo a morte con un bastone. Il tenente si schiar la gola, e per portarci dalla sua parte si butt a capofitto nel racconto della sua battaglia per l'Unione, assicurandosi di menzionare il coraggio dei soldati di colore. Poi raccont un paio di barzellette sull'esercito, e altre due o tre piuttosto lunghe e complicate, che io non capii. Infine ci ordin di dormire, tranne quelli che dovevano dare il cambio alle sentinelle, alle quali fu permesso di cenare.
Tocc a me e all'Ex Negro di Casa fare la guardia, insieme ad altri due. Diverse ore dopo ci diedero il cambio e potemmo andare a dormire. Mi pareva di aver appena appoggiato la testa quando il sole si alz, e noi con lui. L'Ex Negro di Casa prepar una colazione con i fagioli e quelle che lui chiamava pepite di pepe nero, ma che a me sembravano merda di topo, ed erano simili anche nel sapore. Credo fosse il suo modo di consolarci dopo la cena del giorno precedente.
In ogni caso mangiai, e mentre intingevo un dito nel sugo dei fagioli vidi arrivare il tenente. Scattammo sull'attenti insieme agli altri soldati che stavano mangiando in prossimit del torrente.
Il tenente disse: - Ragazzi, ci sono dei vecchi tronchi oltre il torrente, sparsi tra il verde, roba che non crescer mai e poi mai. Ve ne dovrete occupare voi. Io prendo un po' di soldati e vedo se ci riesce di catturare un paio di cervi da portare al campo. Sarebbero meglio dei fagioli, dell'avena e dei biscottini: senza offesa, Negro di Casa.
- Ci mancherebbe, signore, - disse l'Ex Negro di Casa.
- E poi mi annoio, - disse il tenente.
- Anche io mi annoio, - osservai.
- E credo che continuerai a farlo, - disse lui, - a meno che abbattere querce non ti animi un po'. Voglio che tagliate i tronchi, li segate e li mettete sul carro: ci serviranno per il fuoco. Cos non sembrer che siamo venuti qui a farci un giretto per poi addormentarci vicino al torrente: che poi  quello che abbiamo fatto, pi o meno.
- S, signore, - dissi.
- Pensavo di usare quel legno di quercia per affumicare la carne che spero di procurarmi.
-  un'ottima idea, - dissi. - Posso pensarci io. So come si affumica laccarne.
Evitai di dire che ero anche un buon cuoco, naturalmente: quello era il lavoro dell'Ex Negro di Casa, e non mi interessava comunque.
- E se non riuscite a procurarvi la carne? - chiese Prickly Pear.
- Possiamo sempre usare la legna per il fuoco, se non avremo stinchi dicevo da affumicare. Per, che diamine. Ho visto quei cervi col binocolo non meno di cinque minuti fa. Dei grossi, grassi cervi, circa mezza dozzina, che scorrazzavano in giro. Si sono diretti oltre la collina. Porto con me quasi tutti i soldati, nel caso mi imbatta in qualche tipo ostile. E poi, non mi piace scuoiare i cervi.
- Io sono il migliore, quando si tratta di scuoiare cervi. E mi piace farlo, - disse Prickly Pear.
- Ho una notizia di merda per te, Prickly, - disse il tenente. - C' gi Tornado con me, e tu mi servi qui. Nat, tu assumi il comando. Se ti morde un serpente e muori, l'Ex Negro di Casa prender il tuo posto. Di seguito prenderanno il comando Rutherford, Bill, Rice e infine Prickly Pear.
Prickly Pear, se tutti muoiono avrai tu il comando, chiaro?
- S, signore, - disse Prickly Pear, tutto orgoglioso di sentirselo dire.
- E gli indiani? - chiese Rutherford.
- Hai visto per caso indiani? - disse il tenente.
- No, signore, - rispose Rutherford.
- Allora non c' nessun indiano, - disse il tenente.
- Ne ha mai visto uno? - chiese Rutherford al tenente.
- Oh, diamine, certo. Sono stato attaccato da loro, e li ho attaccati a mia volta. Ne sono passati di tutti i tipi, da queste parti. Kiowa. Apache. Comanche, un Kickapoo smarrito, e certi indiani che, a guardarli, diresti che abbiano merda di cane spalmata sulla faccia, o roba del genere. E non c' niente che desiderino di pi dei vostri scalpi neri e riccioluti attaccati alle loro cinture, perch trovano i vostri capelli buffi. Gli ricordano un bisonte. Vi chiamano soldati bisonte per questo.
- Pensavo fosse perch siamo coraggiosi come bisonti, - dissi.
- No, non  per quello.  per i capelli.
- Che delusione, - disse l'Ex Negro di Casa.
- Visto che non avete mai partecipato a un'azione, nessun indiano, o meglio, nessun essere umano in assoluto pu giudicare il vostro coraggio, - disse il tenente. - Sono anni che nessuno incontra un indiano, e noi non ne abbiamo visto traccia. N ieri n oggi. Comincio a pensare che si siano imbarcati tutti per la Cina, e sospetto pure che abbiano origini cinesi, ma la mia  solo un'ipotesi. Un giorno ci scriver su un trattato. Ma che se ne siano andati tutti, l'ho sempre pensato. Gli indiani, soprattutto gli Apache e i Comanche, sono gente strana. Inseguono qualcosa o qualcuno come se non ci fosse cosa pi importante al mondo, poi lo mollano se un uccello vola sopra le loro teste e si ficcano in testa che  un presagio. Vedono presagi anche nella merda di scoiattolo, e ci credono veramente.
A quel punto, lasciandoci con quei pensieri confusi su indiani, bisonti e merda di scoiattolo, il tenente, Tornado e il resto della truppa se ne andarono, e io restai impalato all'ombra, a capo di una piccola squadra. Non avevo mai dato ordini in vita mia, dunque non sapevo neanche da dove cominciare.
La prima cosa che facemmo quando il tenente e i suoi uomini scomparvero all'orizzonte fu toglierci gli stivali e buttarci nel torrente. Avevo portato con me la Spencer, e la lasciai sulla riva insieme alla pistola in dotazione. Le altre mie armi, il Winchester e il resto, erano vicine alla coperta, che avevo arrotolato e sistemato accanto ai cavalli, e in particolare a Satana.
Alla fine decisi di togliermi i vestiti, presi un pezzo di sapone di liscivia
e scivolai nell'acqua, strofinandomi vigorosamente fino a togliermi di dosso l'odore di cavallo. Quando fui pulito come una signora dell'alta societ diretta in chiesa, io e gli altri, spensierati come vagabondi, ci vestimmo, risalimmo e raggiungemmo il carro legato ai muli. Lasciai Prickly Pear e un altro soldato di guardia alla roba e ai cavalli. Feci salire tutti sul carro tranne Rice, che misi su un cavallo affinch potesse farci da vedetta. Uscimmo dal boschetto in un punto nel quale c'era solo un ruscello ridotto a un filo d'acqua e nient'altro che il sole bollente sulle nostre teste. Lo attraversammo e ci dirigemmo verso delle querce dall'aspetto misero, distanti pochi metri una dall'altra, piene di foglie secche. Cominciammo a segarle con un taglio orizzontale e poi due uomini con le asce presero a tagliare i rami. Completata l'opera, caricammo la legna sul carro.
Mentre ci stavamo preparando per tornare al campo, Rutherford disse: - Sai, ho sentito che gli Apache ti tagliano le palpebre e ti lasciano in pieno sole, o ti aprono l'uccello e ci mettono dentro le formiche.
- Ho sentito anche io certe cose, ma non credo che abbiamo bisogno di saperle, - disse Rice.
Bill sistem l'ultimo ciocco di legna sul pianale del carro e disse: - Quegli indiani. Inutile odiarli perch sono quello che sono. Sarebbe come odiare un cespuglio perch ha le spine. Odiare un serpente perch ti morde.
Sono quello che sono, proprio come noi.
- E come siamo, noi? - chiese l'Ex Negro di Casa.
Prima che la domanda avesse una risposta, Rice, che era sul carro a sistemare la legna, disse: - Mi sa che abbiamo un problema.
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CAPITOLO 8.
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Era un uomo bianco senza brache, che indossava solo una camicia a righe bianca e rossa e un fazzoletto rosso al collo e correva gi da una piccola collina di erba secca, veloce come una lepre. Ci bast un attimo per capire chi fosse a mettergli tutta quella fretta addosso. Dietro di lui, esagitati e divertiti come bambini a una festa di compleanno, c'erano gli indiani. Apache, per essere precisi, vestiti con poco pi che sole e bandane. Quattro a cavallo, sei a piedi, e per un attimo pensai che quell'uomo nudo, col pisello al vento, potesse battere in velocit i cavalli. Quando fu pi vicino vidi che le strisce sulla camicia si muovevano e si confondevano, e capii che in realt non c'era nessuna camicia: il suo torace era pieno di tagli e la gola non era messa molto meglio. Eppure riusciva a correre.
Gli Apache erano cos impegnati a rincorrerlo che neanche si accorsero di noi. Forse il tizio era riuscito a scappare, o forse erano stati loro a lasciarlo andare per giocare un po', perch immagino che per sopravvivere da quelle parti, con la sola compagnia delle mosche, delle bacche e di un paio di cespugli, fosse necessario creare qualche diversivo ogni tanto.
Il bianco, nonostante fosse ancora abbastanza distante, ci aveva visti e cominci a gridare e ad agitare le mani mentre correva, scuotendole a destra e a sinistra come uccelli in volo.
- Se la stanno spassando con lui, - disse Rice, che era arrivato alle mie stesse conclusioni.
Fu allora che mi ricordai che eravamo soldati. Salii sul carro e presi la Spencer in dotazione, scesi e mi piazzai in un punto preciso, pronto a sparare agli Apache che stavano raggiungendo il bianco.
Rice disse: - Diamine, non puoi colpirli da qui, e neanche loro ci riuscirebbero mai. Siamo fuori tiro, e ho sentito che gli indiani non sono granch, a sparare.
Uno degli Apache in corsa ci avvist, si abbass su un solo ginocchio e punt il fucile. A quel punto Rice spalanc le braccia e disse: - Forza, spara, brutto selvaggio.
Rice si sbagliava sulla distanza e sulla mira degli Apache. L'indiano imbracciava quello che sembrava un fucile Henry, ed evidentemente sapeva il fatto suo. Rice fu colpito al naso e cadde con le braccia spalancate, la schiena a terra, stecchito.
L'Ex Negro di Casa disse: - Mi sa che si sono esercitati.
Fu in quel momento che imparai una lezione preziosa. Se la tua intenzione  sparare, non esitare a farlo. Se non avessi esitato, molto probabilmente la pallottola avrebbe coperto la distanza e impedito all'indiano di far secco Rice.
Gli Apache che erano a piedi raggiunsero il tipo in fuga, e a quel punto erano tutti abbastanza vicini da permettermi di riconoscere il bianco. Non era altri che l'ubriacone del paese, quello che poi era diventato commerciante e allevatore. E naturalmente era lo stesso tizio che aveva aiutato Ruggert a uccidere mio padre. Si trattava di Hubert. Non riuscivo a decidermi se sparare a lui o agli Apache, e visto che ero confuso da quei nuovi sviluppi non sparai proprio a nessuno. Gli Apache lo buttarono a terra, riuscimmo a scorgere coltelli e calci di fucile che volavano in aria e tornavano gi, a sentire il rumore delle ossa e della testa di quel povero bastardo che venivano frantumate, come se qualcuno stesse schiacciando noccioline con le mani. Aprimmo il fuoco su di loro con le armi che avevamo, in una sequela di schiocchi. Sparai, la distanza era notevole ma avevo mirato alla perfezione. L'Apache che avevo puntato era gi morto prima di toccare terra.
Uno degli Apache a cavallo venne verso di noi. Qualcuno del nostro gruppo spar e colp il cavallo. L'indiano cadde a terra, rotol, poi si rimise in piedi, mentre il cavallo rimase disteso sulla schiena, le quattro zampe all'aria, come un tavolo rovesciato.
Gli altri indiani se la stavano svignando oltre la collinetta, e gli indiani a cavallo erano smontati e avevano steso i loro cavalli a terra, per toglierli dal campo visivo. Ma quell'Apache non and da nessuna parte. Potete dire qualsiasi cosa sugli indiani, ma non si pu negare che siano la razza pi coraggiosa al mondo, a esclusione forse dei predicatori beoni convinti che Dio sia al loro fianco o, se sono ubriachi fradici, convinti di essere loro stessi Dio.
Quell'uomo coraggioso corse verso di noi, che intanto eravamo tutti in ginocchio e cercavamo di sparargli il pi velocemente possibile. Avevo avuto eccellenti lezioni di tiro, ma le mie capacit erano ridotte con quella Spencer, poich mi ero allenato soprattutto con un Winchester. Ero abituato a sparare rapidamente e non a ricaricare dopo ogni colpo.
Immagino che quell'Apache si fosse convinto di essere invincibile, visto che nessuno dei nostri proiettili l'aveva colpito. Correva attraverso la pioggia di pallottole come se fosse uno spettro. Man mano che si avvicinava, notai che aveva una specie di strato di fango sul petto e sulla faccia, o forse era solo sporco. Aveva anche un gran sorriso, come se fosse certo di essere immune al nostro piombo caldo. Si ferm addirittura - e Dio mi fulmini se sto mentendo ?, poi cominci a saltellare lateralmente, prima a sinistra, poi a destra. I nostri proiettili gli ronzavano attorno come api, ma nessuno riusciva a pungerlo. Con quel gran sorriso ancora stampato in faccia, mise un piede in una buca e and gi. Persino da dove eravamo riuscimmo a sentire il rumore della caviglia che si spezzava, come una bretella strappata.
Senza che quasi ce ne rendessimo conto, si alz un "Ohhh" generale. Quel suono era stato cos orribile che avevamo quasi provato dolore. La caduta doveva aver fatto volar via dal culo di quell'Apache l'aura magica che lo proteggeva, perch riprendemmo a sparare e questa volta i proiettili lo beccarono tutti. Prima che il fumo si disperdesse era pi morto lui di una promessa del governo.
Gli Apache non si mossero dal punto in cui si erano fermati, sulla collina. Sono sicuro che vedere il loro amico ridotto a una grattugia li avesse indotti a riflettere, coraggiosi o meno che fossero.
Sparammo un paio di colpi nella loro direzione, uccidendo uno dei cavalli che aveva sollevato la testa, stagliandosi per un attimo all'orizzonte. Ma a quanto ne so non colpimmo neanche un Apache. Ci affrettammo sul carro e attraversammo il ruscello. Mi accovacciai sul pianale e cercai con lo sguardo gli Apache. Erano scesi dalla collina, senza cavalli: dovevano averli nascosti da qualche parte. Ce n'erano pi di prima, e sembrava quasi che ognuno di loro si fosse diviso in due.
Partirono degli spari tra gli alberi: evidentemente Prickly Pear e l'altro soldato - mi pare si chiamasse Dash, ma il mio ricordo di lui con gli anni si  offuscato, era un tipo silenzioso - avevano sentito il frastuono e stavano sparando contro gli indiani, coprendo quella che in seguito avremmo chiamato con delicatezza una ritirata.
Girammo dietro gli alberi, portammo il carro gi da una collinetta e ci fermammo tra i cespugli vicino al torrente. Prickly Pear e il suo compare erano stesi a terra a pancia in gi, a una certa distanza uno dall'altro, puntavano i fucili oltre il torrente, sparavano, ricaricavano, sparavano ancora. Gli Apache si ficcarono dentro buche e avvallamenti di cui ignoravamo l'esistenza fino a quando non li vedemmo sparirci dentro come conigli.
Sganciai velocemente i cavalli dal carro e li legai vicino agli altri, che si trovavano in mezzo agli alberi. Creai una linea di fuoco lungo il torrente. Piazzai Bill dietro, con un albero alle spalle e uno davanti, come protezione. Gli dissi di fare attenzione a chi si avvicinava e di urlare se avesse visto qualcuno. Speravo che dovessimo affrontare solo un attacco frontale, e cos fu.
La collina era abbastanza grande da permettere loro di arrivare da diverse direzioni, ma nonostante si trattasse di Apache e nonostante la terra fosse piena di burroni e strapiombi, mi convinsi che sarebbe stato difficile per loro prenderci alla sprovvista dai lati. Tutto questo detto da uno che combatteva gli Apache da circa quindici minuti.
Frugai tra la mia roba, presi il Winchester e indossai la fondina che aveva fabbricato il signor Loving, con dentro la LeMat. Ficcai la Colt in un'altra fondina dietro la schiena, la pistola in dotazione sotto la cintura, poi mi accovacciai guardando il torrente e mi lasciai cadere a terra appiattendomi come una foglia. C'era un cespuglio davanti a me, e speravo che riuscisse a nascondermi. Tra quegli Apache doveva esserci almeno un ottimo tiratore, visto come era stato fatto fuori Rice.
Osservai gli Apache avvicinarsi strisciando sul ventre, alzando la testa ogni tanto per controllare la situazione per poi nascondersi di nuovo. In qualche modo dovevano essere riusciti a tagliare il pisello del cavallo morto senza che ce ne accorgessimo, perch lo vedemmo spuntare dalla bocca di Hubert, il quale era stato messo in posizione seduta, con un bastone che lo sosteneva o qualcosa di simile. L'avevano fatto per spaventarci, e c'erano riusciti.
Naturalmente l'apparizione di Hubert mi aveva sorpreso, ma sospettavo da tempo che lui, Ruggert e quel grosso tizio di colore che avevo visto fossero sulle mie tracce; d'altro canto, per, era anche passato tanto tempo e poteva essere che avessero mollato. Poteva anche darsi che mi avessero incrociato per caso e che neanche sapessero di avermi trovato. Forse Ruggert e l'uomo di colore erano stati fatti a pezzi e ora giacevano morti stecchiti con l'uccello di un cavallo in bocca. Dopo che hai avuto a che fare con gli Apache, che ti ficchino tra i denti un bastoncino di liquirizia, un sigaro o l'uccello di un cavallo non fa poi molta differenza.
Riflettevo sulla possibilit di montare tutti velocemente a cavallo e fuggire, ma conclusi che sarebbe stata una cattiva idea. Ci saremmo messi ancora pi nei casini una volta che ci avessero raggiunti, cosa che di certo sarebbe accaduta. Sembrava pi saggio restare nelle nostre posizioni, visto che avevamo gli alberi a proteggerci dal sole e acqua in abbondanza, cosa che probabilmente non si poteva dire di loro. E forse sarebbe stata l'acqua, pi di ogni altra cosa, a portarli da noi.
Fu allora che Hubert si tir su, sputando e levandosi l'uccello del cavallo dalla bocca, e cominci a lamentarsi. Rotol via dall'oggetto che lo teneva dritto e che si rivel essere una scure, con la lama conficcata nella sua schiena. Strisci nell'erba alta e fuori dalla nostra vista, ma un paio di Apache gli furono addosso in un attimo. Lo trascinarono indietro, scomparvero in mezzo all'erba, e subito dopo cominciarono le urla. Non smettevano pi, e io iniziai a provare pena per Hubert. Cercai di visualizzare pap carbonizzato e disteso accanto al maiale, ma non fu sufficiente. Sentirlo urlare era atroce e basta.
Prickly Pear grid: - Non lo sopporto pi. Vado a prenderlo.
- No, che non ci vai, - dissi. - Ci penso io.
- Perch proprio tu? - chiese l'Ex Negro di Casa, strisciando accanto ame.
- Perch il comando ce l'ho io.
- Vengo con te.
- No, - dissi. - Se mi fanno fuori, dovrai prendere il mio posto. L'ha detto il tenente. Non vorrai mica che arriviamo fino a Prickly Pear, giusto?
- Oh, diamine, no, - disse l'Ex Negro di Casa.
Le grida intanto non erano cessate. Continuavano senza sosta. Quel suono cominciava a prendermi allo stomaco. Pareva che lo stessero spellando un centimetro alla volta, e per quanto ne sapevo poteva anche darsi che fosse cos.
Mi girai verso l'Ex Negro di Casa.
- Quando esco allo scoperto, tu e gli altri teneteli occupati come uno sciame di api, ma non mi ficcate una pallottola nel culo. Vedo se riesco a prenderlo, a tirarlo fuori di l o, se necessario, a ucciderlo.
- Diamine, non riusciamo neanche a vederli, - disse l'Ex Negro di Casa.
- E allora spara dove pensi che siano, costringili a tenere la testa bassa, o fagli il contropelo se la alzano.
Posai a terra il Winchester, vicino alla Spencer: era troppo pesante, per portarmelo dietro. Avevo le due pistole del signor Loving, che ero abituato a usare, cos lasciai a terra la pistola in dotazione, accanto ai fucili. Tirai fuori il mio grosso coltello e me lo misi tra i denti.
Restai un attimo fermo, in ascolto, nella speranza che Hubert avesse smesso di gridare, ma non era cos. Strillava ancora, pi forte di prima. In quel momento pensavo a lui solo come a un pover'uomo in una situazione orribile. Costeggiai il torrente mentre i miei uomini formavano una linea di fuoco, poi scivolai nel letto. Riuscii ad abbassarmi e a nascondermi perch la sponda dal lato degli Apache era alta. Mi chinai e corsi in avanti finch non mi imbattei in una distesa d'erba e la sponda del torrente si apr in una V sabbiosa. Il vento faceva ondeggiare l'erba. Ficcai la faccia in mezzo agli steli, separandoli di poco in modo da vedere qualcosa, sperando che non si accorgessero di me e che il movimento fosse attribuito all'azione del vento.
Non c'era niente da vedere, tranne altra erba. Vi strisciai sopra come un serpente, scivolando lentamente, silenzioso come l'ospite d'onore a un funerale. Giunsi infine a uno strapiombo, un canale in realt, e muovendo un po' l'erba con le dita riuscii a vedere due Apache vicini al corpo di Hubert. Era morto stecchito, con la gola tagliata, e i due Apache si esibivano in una sequela di grida e gemiti vari, facendo del loro meglio per non scoppiare a ridere. Che subdoli bastardi: era veramente il colmo! Devo riconoscere che rimasi impressionato.
Fu uno di quei due a vedermi. Saltarono in piedi e corsero verso di me. Uno di loro aveva in mano un coltello, anche se portava una pistola ad avancarica fissata con una fascia attorno alla vita. L'altro era armato dell'ascia che aveva tirato fuori dalla schiena di Hubert.
Non potei far altro che togliere il coltello dai denti e saltare gi nel canale insieme a loro. Non volevo sparare un colpo e fare rumore, per poi trovarmi addosso il resto della banda. Quello che aveva il coltello si lanci verso di me: riuscii a evitare il colpo ma il suo corpo mi urt come una palla di cannone, e finimmo per rotolare, avvinghiati.
L'altro mi era quasi addosso, con l'ascia in pugno. Lo vidi con la coda dell'occhio mentre lottavo col primo indiano, ma quell'animale aveva commesso l'errore di alzare la testa oltre la linea del canale. Uno dei soldati spar un colpo che gli spappol la zucca. L'ascia vol, e lui cadde gi.
Ora eravamo rimasti solo io e l'Apache con il coltello. Io cercavo di tagliare lui e lui cercava di tagliare me. Usavamo le mani libere per trattenere la mano dell'altro, stringendogli il polso. Riuscii a strizzarglielo cos forte che dovette lasciare il coltello, ma lui us la mano libera per tirare fuori di scatto la pistola dalla fascia, caric e mi spar a bruciapelo. All'ultimo istante mi ero mosso, perci il colpo riusc solo a bruciarmi i capelli e mi risuon nelle orecchie come una campana. Afferrai la mano con la pistola, coprendo in parte l'arma con le dita e facendone scivolare uno fino al grilletto, in modo da impedirgli di sparare ancora. Non dur a lungo. Us la mano libera per sbattermi la pistola in faccia e premette il grilletto.
La pistola fece cilecca. Rest cos sorpreso dalla cosa da lasciar andare la mia mano che stringeva il coltello, e cos si diede la zappa sui piedi. Lo pugnalai al petto, lo allontanai con un calcio e balzai su di lui prima che potesse sparare ancora, continuando a colpirlo, con furia. Infine appoggiai la punta del coltello alla gola e la trapassai. Mi rivolse uno sguardo irritato, come se avesse appena scoperto che gli avevo infilato un dito nel culo. Il sangue gli sgorgava dalla bocca e dal naso. Scalci una volta come se avesse voluto schiacciare un insetto, poi rimase immobile.
Per Hubert non c'era pi niente da fare, perci misi via il coltello, presi la Colt e cominciai a strisciare di nuovo verso il torrente, seguendo i miei passi a ritroso.
Gli Apache questa volta mi videro, anche perch dentro il canale avevo fatto un bel po' di casino. Se prima mi ero mosso con cautela, ora avevo una fretta del diavolo. Un proiettile mi bruci i pantaloni sul culo, ma a parte questo riuscii a tornare indenne nel letto del torrente, e infine dai soldati.
Appena li ebbi raggiunti, dissi: - Chi ha sparato all'Apache?
- Io, - disse l'Ex Negro di Casa.
- Ascolta, - dissi, - non voglio che ti si chiami pi Ex Negro di Casa. Non voglio che nessuno ti chiami cos, mai pi. Sei un soldato. Un soldato di valore. E dir un'altra cosa a voi tutti, in modo che ve la ficchiate bene in testa: nessuno di noi dovrebbe essere chiamato negro a cavallo, e sicuro come la morte non dobbiamo chiamarci cos tra di noi. Ho detto che non dobbiamo, e se qualcuno prova ancora a farlo, dovr vedersela con me. Sono stato chiaro?
Mi avevano sentito tutti bene, compreso Bill, che era sulla collinetta tra gli alberi.
- Ti hanno pagato per questa predica, negro? - disse Prickly Pear, e tutti risero.
- Lui  Cullen, - dissi. - O il soldato Cullen, o qualunque sia il suo cognome. Ecco come lo chiameremo. Hai sentito, Cullen? Sei un soldato, un grande soldato, e basta. Mi hai salvato la vita.
-  stato un bel colpo, - disse Cullen a bassa voce, in modo che lo sentissi solo io.
- Diamine, se lo  stato, - dissi io.
- E il bianco? - chiese Cullen.
- Morto. Tutti quegli strilli non era lui a farli, ma gli Apache.
- Non  corretto, - disse Cullen.
- Non stiamo mica giocando a carte, qui, - ribattei.
- Quello che mi preoccupa, - disse Cullen, -  che presto se ne andr il sole.
-  un bel problema, - dissi.
Presi il Winchester, ficcai la pistola in dotazione nella cintura, mi stesi accanto alla Spencer e tirai un sospiro, consapevole di aver posizionato gli uomini nel miglior modo possibile. Avevamo una buona visuale, per gli indiani sarebbe stato difficile uscire dall'erba senza essere visti, ma, come aveva detto Cullen, che cosa sarebbe successo dopo il tramonto?
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CAPITOLO 9.
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Mentre la luce sbiadiva, io cominciai a preoccuparmi. Avevamo ancora parecchie munizioni, fortunatamente, ma la sensazione di aver posizionato bene i soldati si stava affievolendo insieme alla luce.
Corsi gi lungo la linea di fuoco e distanziai gli uomini sulla sponda del torrente, in quelle che mi sembravano posizioni migliori, facendo girare leggermente i soldati alle due estremit della fila, in modo che fornissero una migliore difesa nel caso avessero tentato di circondarci. Lasciai Bill lass tra i due alberi, dandogli l'ordine preciso di tenere gli occhi bene aperti e di non addormentarsi, anche se mi pareva poco probabile che qualcuno riuscisse a dormire in una situazione come quella: sarebbe stato un po' come trovare la caverna di un orso e pensare di schiacciare un pisolino accanto a lui.
La notte scese su di noi. In cima alla collina tutto divent blu, poi il blu si allarg e divenne nero. Caddero le ombre, e si insinuarono tra gli alberi come teli strappati. Un pezzo di luna sal in cielo. La sua luce si rivers sulla cima della collina, facendo brillare l'erba come punte di spade e splendere il rivolo d'acqua del torrente. Le zanzare ronzavano, e non molto lontano da noi si sent una grossa rana gracidare.
Dissi a Cullen che volevo controllare di nuovo la linea. Lasciai il mio Winchester a terra insieme alla Spencer e mi affrettai, restando accucciato. Cominciai con la retrovia, che in realt non era una linea, ma era rappresentata dal solo Bill. Lo trovai disteso tra gli alberi, dove doveva essere, ma a faccia in gi, e il terreno attorno a lui era bagnato. Lo rigirai, presi un fiammifero dal taschino della camicia e lo sfregai contro un tronco.
Aveva la gola tagliata. Mi venne la pelle d'oca, e la pistola in dotazione fece una specie di balzo nella mia mano. Mi allontanai da lui e proseguii verso il torrente, le chiappe strette come un pugno.
Cominciai dall'estremit della linea e trovai quel soldato di cui non ricordavo mai il nome: ormai non serviva neanche pi che lo imparassi.
Una freccia gli aveva perforato la testa. Era entrata da un orecchio e usciva dall'altra parte.
Seguii la linea che avevo stabilito, arrivai da Prickly Pear e chiesi: - Sei vivo?
- Perch? Diamine, s che sono vivo, - disse.
- Due di noi non lo sono pi, - dissi.
- Oh, merda, - disse Prickly Pear, e mi segu mentre scendevo lungo la fila, dove trovammo tutti vivi, fino a Cullen.
Quando dissi a Cullen cos'era successo, lui esclam: - Ges.
- Sono come fantasmi, - dissi.
Mi voltai per guardare i cavalli. La corda che li legava era ancora l, ma due di loro erano spariti. In quel momento sentii lo sbuffo di Satana, lo vidi scalciare, sentii come uno schiaffo e un sospiro. Corsi l come un fulmine. La luce della luna che penetrava tra gli alberi era abbastanza forte, dunque riuscii a vedere che Satana aveva dato un calcio in testa a un Apache e che uno degli zoccoli gli aveva sfondato uno zigomo, facendogli rotolare un occhio fuori dall'orbita, alla quale era rimasto appeso. Non sapevo se quell'Apache fosse vivo o morto, ma ne vidi un altro sfrecciare via. Alzai la pistola, lo colpii dritto alla schiena e lui cadde a terra. Per sicurezza sparai a quello che era stato mezzo accoppato da Satana, due volte, poi tornai dagli altri.
A quel punto avevo quelli che potremmo definire gravi dubbi sulle mie capacit di comando.
- L'unica cosa che ci resta da fare, - dissi, -  salire sui cavalli e scappare. Non siamo al sicuro, qui. Se restiamo troveranno un modo per arrivare fino a noi, e non li vedremo neppure.
- Non me lo far dire due volte, - disse Prickly Pear, e lui e gli altri cominciarono a correre verso i cavalli. Presi il Winchester, la Spencer e seguii in fretta Cullen. Li feci montare tutti in sella, mentre mi giravo nervoso da una parte e dall'altra con il Winchester in mano e la Spencer a terra, ai miei piedi. Quando fui certo che tutti fossero a cavallo presi le briglie di Satana e lo sganciai dagli altri. Non appena lo sellai lui si impenn, mi strapp le redini dalle mani, si lanci tra gli alberi e scomparve.
- Non  possibile... - dissi.
- Cavalchiamo in due, - disse Cullen, allungando la mano per tirarmi su.
Gli altri erano tutti in sella, pronti a partire, quando si sent un urlo e un Apache salt su uno dei cavalli, afferr uno dei miei uomini e si butt a terra con lui. Rotolarono sul terreno, l'Apache colp il soldato un paio di volte con l'accetta, poi sfrecci nel bosco veloce come un coniglio.
I soldati si dispersero come quaglie spaventate. Non c'era traccia del loro addestramento militare, in quello che stavano facendo. Ognuno di quei figli di puttana pensava solo a s stesso.
Saltai sul cavallo di Cullen, portando con me il Winchester ma dimenticando di prendere da terra la Spencer. Ci facemmo largo tra gli alberi e uscimmo all'aperto. La luna non era piena ma era sorprendentemente luminosa.
Mi guardai alle spalle, vidi che i soldati erano ancora tra gli alberi e avevano perso il controllo di s stessi e dei cavalli. Scorsi le forme indistinte degli uomini e dei cavalli che cadevano, e li sentimmo strillare come bambini. Ci furono degli spari, forse da entrambi i lati, poi il silenzio. Tornammo forse indietro per soccorrerli? Diamine, no. Non sarebbe servito a niente. Eravamo stati superati in astuzia, eravamo in inferiorit numerica, in pratica ci avevano gi sconfitti. Se non volevamo trovarceli addosso, dovevamo correre pi veloci del vento di tramontana. A quel punto uno sparo ci raggiunse e colp il nostro cavallo. Cadde, scaraventando a terra Cullen. Io riuscii a staccarmi mentre l'animale cadeva e a rimanere in piedi, stringendo ancora il Winchester. Il cavallo si rialz: la ferita non era letale. Cullen balz in piedi come una cavalletta e prese di nuovo le redini. Io afferrai la coda del cavallo e dissi: - Via! - perch dietro di noi stavano arrivando gli Apache, e anche se non capivo quello che ci stavano urlando contro, immaginavo che non si trattasse di complimenti sul taglio delle nostre uniformi. Come vi ho gi raccontato, il signor Loving mi aveva insegnato quel trucco della coda di cavallo, ma Cullen parti a razzo e io non feci quasi in tempo a tirar fuori la mano dalla tasca. Nonostante questo, riuscii in qualche modo a tenermi aggrappato. Cullen tese le redini e fece andare il cavallo al galoppo, niente che io non fossi in grado di affrontare.
Gli Apache erano per la maggior parte a piedi, ma ce n'era qualcuno che aveva recuperato il suo cavallo. Avevano preso anche i nostri, perci il numero di quelli che montavano era aumentato, e presto si misero tutti a inseguirci. Visto che avevo guadagnato una certa distanza da loro grazie al trucco della coda, urlai a Cullen di fermarsi. Tir le redini in modo cos brusco che il cavallo mi fini quasi seduto sopra. Saltai in groppa, sapendo che se quel cavallo aveva ancora un briciolo di resistenza, avremmo dovuto sfruttarlo al massimo. Il trucco della coda non avrebbe pi funzionato, non con loro a cavallo.
La ferita sul fianco destro dell'animale stava peggiorando, ma non potevamo permettere che questo ci fermasse. Dovevamo cavalcare come se non ci fosse un domani. Sembr quasi che potessimo farcela quando tutto a un tratto, maledizione, il cavallo si accasci e ci fece fare un volo sopra la sua testa. Quando ci rimettemmo in piedi l'animale ansimava fortemente, in ginocchio sulle zampe anteriori, il collo chino, la bocca spalancata, la luna negli occhi. Era spacciato.
Passai il Winchester nella mano sinistra, tirai fuori la pistola in dotazione e gli sparai alla testa. Mor sul colpo, ma era ancora in ginocchio sulle zampe anteriori, col culo all'aria. Spinsi sul suo fianco con lo stivale e lo feci cadere. Ci infilammo tra le zampe e guardammo oltre il corpo quelli che ci stavano inseguendo. Credetemi, arrivavano veloci come schegge. Erano pi di quanti pensassi: non ero riuscito a contarli con esattezza, prima. Si erano nascosti nell'erba, poi tra gli alberi, e ora erano tutti a cavallo e piombavano su di noi come la febbre terzana.
Stringevo il Winchester, ma Cullen aveva perso la Spencer quando il cavallo era caduto. Era dal lato del cavallo dove si trovavano gli Apache. Tir fuori la pistola e ci appostammo entrambi dietro il cavallo, facendoci barriera con la povera bestia. Mi allungai sul collo della creatura morta e Cullen si appoggi al suo culo. Mirai a un Apache e sparai, poi sparai ancora. Due di loro caddero di sella e finirono a terra. Avevo gli occhi puntati sui loro cavalli, nella speranza di bloccarne almeno uno in corsa per poi fuggire, ma era come se le bestie sapessero cosa avevo intenzione di fare. Si allargarono su entrambi i lati e corsero via, scomparendo come se la notte le avesse inghiottite. A dirla tutta, era piuttosto improbabile che riuscissimo a fregarne una prima che gli Apache ci fossero addosso.
Cullen stava sparando con la pistola, e anche se non aveva beccato nessun Apache era riuscito a colpire un cavallo, che aveva sbattuto a terra uno degli indiani. L'Apache rest bloccato sulla schiena per un momento, poi rotol e si diede una spinta con le mani per rialzarsi. Era stordito, pareva non sapere dove si trovasse. Colsi l'occasione per sparargli alla testa. Fu cos facile che quasi mi sentii male per averlo fatto. A quel punto ne avevo uccisi tre. Ero riuscito a fermare la loro corsa precipitosa. Bloccarono i cavalli, saltarono gi e li fecero stendere a terra mordendo loro le orecchie e facendo leva con il proprio peso. Se affondi i denti nell'orecchio di un cavallo puoi riuscire a stenderlo neanche fosse leggero come una piuma.
Una volta tirati gi i cavalli, li fecero secchi per usarli come barriere. Avevo sentito dire che gli Apache non erano come i Comanche, che avrebbero difeso i loro cavalli contro tutto e tutti. Gli Apache erano indiani molto pratici. Ne cavalcavano uno finch riusciva a correre e se cadeva lo pungolavano con qualcosa di appuntito, costringendolo a rialzarsi. Solo quando ogni tentativo risultava inutile gli tagliavano la gola, bevevano il suo sangue e accendevano un fuoco e ne mangiavano un pezzo, poi gli tagliavano le palle e se le portavano via come spuntino.
Avevano fatto un semicerchio con quei cavalli, e dovevano aver deciso che si sarebbero accampati e avrebbero aspettato che fossimo noi a muoverci. Non era male come piano, considerato che non potevamo andare da nessuna parte senza essere visti.
Eravamo in due a piedi e loro erano ancora almeno sei o sette, un numero considerevole viste le circostanze, sebbene i miei colpi li avessero sfoltiti un po'. Ci stavano sparando: i proiettili si piantavano nel nostro cavallo, facendo schizzare sangue e sudore, e la povera bestia sparava scoregge dal culo e dai buchi delle pallottole. Dopo un po' si stufarono di sparare e decisero di conservare le munizioni, cosa che noi gi stavamo facendo. Immaginai che il loro piano fosse quello di riposare a turno, per piombarci addosso quando fossimo sgusciati fuori in cerca d'acqua. Mi offrii di sparare a Cullen, quando avessimo avuto la certezza che ci avrebbero catturati e torturati.
- Preferirei sparare io a te, e poi spararmi, - disse.
- Va bene, spari tu a me, e poi ti spari.
- E se ti sparo e poi trovo una via di fuga?
- Non funzionerebbe.
- Ma una possibilit c'.
- Facciamo cos: mi spari solo se ti rendi conto che dovrai per forza sparare anche a te stesso, altrimenti proveremo a fuggire insieme. Non voglio che si sprechino munizioni, soprattutto se uno di quei colpi  per me.
- Va bene, allora, - disse lui.
La questione non si chiuse l, comunque. Continuammo a parlarne e riparlarne, per essere sicuri che fosse tutto chiaro e che nessuno avrebbe sparato se non per un ottimo motivo. Quando fummo sicuri di aver chiarito ogni singolo punto, ci stringemmo la mano.
Era una notte chiara, il terreno era piano e non potevano neanche strisciare senza che li notassimo, ma avrebbero potuto comunque accerchiarci perch eravamo in inferiorit numerica. Se avessero fatto una corsa folle per noi sarebbe stata la fine. D'altro canto sapevano che avremmo fatto fuori parecchi di loro, e speravo che non avessero voglia di correre rischi inutili.
Dopo un po' vedemmo un fuoco divampare dietro quella parete curva fatta di cavalli, e sentimmo l'odore della carne che sfrigolava. Avevano scelto un cavallo, avevano scavato nelle sue viscere e preparato una bella cenetta. Invece noi avevamo un cavallo solo, e mangiare la nostra unica barriera non era di certo una grande idea. Comunque, tirai fuori il coltello e tagliai la gola del cavallo, e facemmo a turno a mettere la bocca sotto il taglio per bere un po' di quel liquido nutriente ancora caldo, anche se il sangue non scorreva granch bene. Era pi buono di quanto immaginassi, ma in quel momento ero cos affamato che avrei mangiato un mucchio di merda di bisonte al burro e l'avrei trovata gustosa come una torta di mele.
Quando finimmo di bere tutto ci che rimaneva dalla ferita che si stava seccando, ci sdraiammo, sbirciando da dietro il cavallo e ascoltando gli Apache che ridevano e tagliavano la carne. C' chi dice che gli indiani non hanno alcun senso dell'umorismo, ma vi assicuro che quella notte doveva esserci qualcosa che li faceva ridacchiare senza sosta. Immagino che c'entrassimo qualcosa noi. O forse uno di loro aveva fatto una battuta divertente. Come se ci non bastasse, dopo un po' cominciarono a cantare in inglese: "Rema, rema, rema sulla tua barca".
- Maledetti missionari, - dissi.
- Devono avere del liquore, - disse Cullen. - So riconoscere gli ubriachi quando li sento.
Fummo costretti ad ascoltarli per un paio d'ore: pareva non si stancassero mai. Erano cos bravi, avevano voci talmente belle e intonate, che dopo tutto quel tempo mi venne voglia di unirmi a loro. Dovevano aver deciso di umiliarci ulteriormente, perch uno di loro si alz, si chin, tir su il piccolo pezzo di tessuto che indossava e ci mostr il culo. Al chiaro di luna, quella carne di pellerossa sembrava bianca come le chiappe di un irlandese. Stavo per farlo secco quando si gir e ci mostr i suoi gingilli penzolanti, dimenandoli come se si stesse trombando una squaw. Fu la classica goccia che fa traboccare il vaso. Avevo sopportato anche troppo. Mi alzai velocemente da dietro il collo del cavallo e gli sparai. Avevo mirato all'uccello, ma credo di averlo beccato nella pancia. Cacci un urlo e cadde all'indietro, e non lo vedemmo pi. Scommetto che in quel momento desiderarono di aver spostato i cavalli un po' pi lontano, prima di farne una barriera.
Mi lasciai ricadere dietro il cavallo.
- Non gli bastava farci fuori, - disse Cullen. - Si sono anche comportati in modo disgustoso.
- Gli ho procurato un po' di mal di pancia, - dissi.
Restammo a osservarli per un bel po', ma quegli indiani erano diventati silenziosi come la terra.
Mi vergogno di confessare che ero cos esausto che dopo un po' crollai. Quando mi risvegliai era giorno, non avevo la gola tagliata e avevo ancora i capelli in testa. Mi guardai in giro e vidi che Cullen era sveglio. Era uscito fuori, aveva recuperato la Spencer e l'aveva appoggiata al cavallo.
Dissi: - Dannazione, Cullen, mi dispiace. Sono crollato.
- Ti ho lasciato dormire. Sono andati via.
Mi alzai a sedere e controllai. C'erano i cavalli morti, con gli avvoltoi che vi si avventavano sopra. Due di quegli uccellacci continuavano a sbirciare il nostro cavallo e pure noi, ma di Apache non c'era nemmeno l'ombra.
- Sono andato a vedere da vicino, - disse. - Se ne sono andati. Hanno raccattato tutto come un circo e sono spariti. Immagino abbiano pensato di avere perso fin troppi uomini per colpa di un paio di soldati di colore, o forse  come diceva il tenente: hanno visto un uccello e hanno deciso che era un cattivo presagio, perci se ne sono tornati a casa loro.
- Secondo me invece erano troppo ubriachi per pensare con lucidit, si sono svegliati con i postumi della sbornia e sono andati in un posto fresco, all'ombra, per poi rimettersi a dormire.
- Mi sa che hai ragione, - disse Cullen. Poi: - Pensavi davvero quello che hai detto su di me? Il fatto che sono un soldato di valore e cos via?
- Considera che a dirtelo  stato uno che aveva il comando e ha permesso che ci lasciassero le penne tutti tranne noi due. Anche i cavalli sono morti, e come se non bastasse ho lasciato da qualche parte un bel po' di equipaggiamento dell'esercito e mi sono addormentato sul collo di un cavallo morto mentre ero di guardia. L'unica cosa che non ho fatto  stata unirmi a loro e scortarli fino al forte perch lo radessero al suolo. In considerazione di tutto questo, forse dovrai ridimensionare la mia opinione.
- Innanzitutto il tenente non avrebbe dovuto separarci. Non sono Napoleone, ma questo lo capisco persino io.  colpa sua, se ha lasciato un soldato al comando. Ma apprezzo moltissimo quello che hai detto.
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CAPITOLO 10.
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Il giorno divent di un caldo asfissiante. Facemmo ritorno agli alberi e al torrente per controllare la situazione. Non c'era nessun Apache nascosto l e i soldati erano stati tutti uccisi, a coltellate o a colpi di fucile, tranne Prickly Pear. Lo trovammo in piedi contro un albero, o almeno cos pareva, ma era semplicemente appoggiato l, visto che ci era caduto contro. Non sembrava neanche ferito. Aveva gli occhi aperti e l'espressione di chi sta per fare una battuta o uno scherzo. Mi avvicinai e lo toccai, sperando che potesse essere stordito ma ancora vivo: purtroppo per non era cos. Cadde in avanti e vidi una ferita proprio dietro l'orecchio, un buco di proiettile, e a giudicare dall'aspetto pareva che il colpo fosse stato esploso a distanza ravvicinata. Pensai che si fosse sparato da solo. Trovai la sua pistola a terra, poco distante, e questo conferm i miei sospetti. Non riuscivo a spiegarmi perch non fosse stato fatto a fettine come gli altri. Non aveva neanche un cattivo odore. Ci guardammo in giro per verificare se almeno una parte del nostro equipaggiamento fosse rimasta intatta, ma non trovammo nulla. Prima di levare le tende dalla loro barriera di cavalli, gli Apache erano tornati indietro e avevano preso tutto tranne il carro con la legna e i vestiti e la pistola di Prickly Pear. Cullen era convinto che fosse un segno di rispetto per il fatto che si era piazzato in piedi contro quell'albero e aveva dato loro del filo da torcere. Ma nessuno poteva dirlo con certezza.
Non c'era neppure una pala per seppellire gli uomini, perci non ci restava altra scelta che lasciarli l dove erano morti, per paura che i nemici potessero tornare. Ogni tanto ci ripenso e mi chiedo: forse dovevamo impilarli uno sull'altro e bruciarli? Ma in fondo credo che non ci sia una risposta a questa domanda. Spero solo che quando li trovarono, e sicuramente furono i soldati del forte a farlo, di loro fosse rimasto abbastanza per poterli seppellire.
Io e Cullen tornammo verso la barriera di cavalli creata dagli Apache, tagliammo un pezzo di carne da una delle bestie, lo spellammo per bene e, con qualche fiammifero e della legna che avevamo tagliato prima, accendemmo un fuoco e lo mettemmo ad arrostire. La carne un po' puzzava, ma la cuocemmo al punto giusto e la mangiammo comunque.
Bevemmo l'acqua del torrente e ci avviammo pi o meno nella direzione del forte, muniti solo delle nostre armi e delle migliori intenzioni. Camminammo per diverse ore, con il sole che picchiava sulle nostre teste e neanche una borraccia per rinfrescarci.
- Odio essere un soldato, - disse Cullen. - Non mi piace farmi sparare o inseguire dagli indiani. E ora dobbiamo pure tornare indietro e raccontare come sono andate le cose. Vedrai che daranno tutta la colpa a te. E mi fanno pure male i piedi. E ci dobbiamo svegliare presto ogni mattina. E non voglio cucinare.
Riflettevo su ci che mi stava dicendo Cullen, quando vedemmo a terra un binocolo. Lo presi, e non molto tempo dopo scorgemmo un paio di bottoni lucidi da uniforme. Proseguendo, ci imbattemmo nel gruppo che era andato a caccia di cervi, o in ci che ne restava. I loro corpi e quelli dei cavalli erano sparsi in giro. Erano stati denudati, gli era stato preso lo scalpo ed erano stati fatti a fettine. Non avevano pi gli occhi, le palle, le dita dei piedi e mancavano di tutta una serie di cose necessarie per sopravvivere. Trovammo il tenente in parte bruciato. Gli avevano coperto la pancia con dei rametti di mesquite e varie cose prese dalle bisacce, per appiccare il fuoco. Le fiamme se l'erano mangiato fino allo stomaco e si era formato un buco, dentro il quale le interiora sfrigolavano ancora. Dal suo corpo saliva del fumo e c'era quell'orribile odore di carne umana bruciata, che mi ricordava di quando Ruggert e i suoi amici avevano dato fuoco a mio padre. Le selle, le briglie e tutte le cavolo di finiture erano state tolte dai cavalli. Agli Apache piace molto, il cuoio.
- Credo che avrebbero fatto meglio a non andare a caccia di cervi, -dissi.
- Cos sembra, - comment Cullen.
Ci guardammo intorno con cautela, ma a quanto pareva eravamo soli: nessun Apache e nessun sopravvissuto. Ci facemmo un giro e contammo i cadaveri, concludendo che c'erano tutti, anche se la maggior parte dei soldati non era tanto diversa da un manzo macellato. Soltanto il tenente e un altro paio di uomini erano riconoscibili, tra cui Tornado. Gli avevano tagliato la testa, ma lo individuai dalla stazza. Non gli avevano tolto la camicia, i pantaloni e gli stivali: gli avevano preso la cintura e avevano tagliato via i bottoni dalla giacca. Solo questo gli avevano tolto. Oltre alla testa, naturalmente.
Le mosche erano qualcosa di insopportabile e, come gi era successo per i nostri compagni, non avevamo una soluzione a portata di mano per seppellirli. Cos restammo l impalati, sotto il sole cocente, tra quei corpi puzzolenti, finch Cullen disse: - Lo vedi anche tu un cavallo nero? O  la mia immaginazione?
- Lo vedo, - dissi.
- Vedi anche dei soldati che ballano?
- No.
- Vedi sempre il cavallo?
- Lo vedo, - dissi.
-  Satana?
- S. E in pi di un senso, come sempre.
- Bene. Allora non me lo sto immaginando.
- Sembra in forma e riposato, - dissi. - Probabilmente ha trovato dell'acqua e un po' d'erba da qualche parte, e forse anche una bella cavalla da ingropparsi. Se l' presa comoda mentre noi vedevamo l'inferno, il bastardo.
- Bada a come parli, - disse Cullen. - Potrebbe sentirti. Mostrati contento di vederlo.
Cominciammo a sorridere, cercai di fischiare, ma avevo le labbra riarse. Satana alz la testa e ci lanci un'occhiata gelida. Misi gi il fucile e il binocolo e camminai verso di lui, allungando la mano come se avessi qualcosa da dargli.
Non credo che ci sia cascato, ma abbass la testa e mi permise di avvicinarmi. Aveva ancora le briglie, le redini penzolavano, cos allungai una mano lentamente e con cautela le afferrai. Salii in groppa non senza fatica, e mentre stavo sistemando bene i piedi nelle staffe lui sgropp. Ruot in aria e atterr con tale violenza che l'aria mi usc fuori dalla bocca come uno sciame d'api da un alveare. Quando la testa smise di girare e riuscii a riprendere fiato, Satana prese a darmi una serie di colpetti col muso, facendo un rumore che assomigliava quasi a una risata; una risata di cavallo, aggiungerei. Barcollando, presi le redini e lo condussi verso Cullen, zoppicando leggermente.
- Ama gli scherzi, - disse Cullen. - Ma in fondo credo che tu gli piaccia.
- In fondo in fondo, direi.
Raccogliemmo i nostri fucili e il binocolo, salimmo in groppa a Satana, con me alle redini, e ci dirigemmo verso il forte, individuandone la posizione grazie al sole. Quando ci fummo messi in cammino, Cullen disse: - Sai, ho grande rispetto per i soldati di colore, senza alcun dubbio, e il poco tempo trascorso in divisa  stato interessante, se non gratificante. Sono belle persone. Quelli ancora vivi, intendo.
Riflettei su quel commento, poi chiesi: - Stai cercando di dirmi qualcosa, Cullen?
- Sto dicendo che sono morti tutti. Perch noi no?
- Forse perch abbiamo fatto di tutto per non morire, - dissi.
- E io suggerirei di continuare cos ancora per molto.
Amo gli Stati Uniti, innanzitutto perch non conosco altro. Ci detto, non  che andassi proprio pazzo per la cavalleria, neanche per tredici dollari al mese. Primo, non mi piaceva prendere ordini. Ma pi di ogni altra cosa, non mi piaceva rischiare la pelle per mano degli indiani. E poi c'era la cucina di Cullen.
- Dunque, se sono tutti morti, - dissi, - va da s che potremmo essere morti pure noi, anche se non troveranno mai i nostri corpi.
- Proprio quello che stavo pensando, - disse Cullen.
Cavalcammo un altro po', dopodich senza pensarci troppo diedi uno strattone alle redini, allontanando Satana dalla direzione del forte.
Satana aveva la mia borraccia legata alla sella, quasi piena, e c'erano un paio di bocconi di carne essiccata nelle bisacce, cos li mangiammo, e visto che stavamo cavalcando, non camminando, le cose andavano decisamente meglio rispetto a poco prima. Anche tenendo conto del cambiamento nei nostri progetti, che cominciava a piacermi.
Avevamo cavalcato per la maggior parte del giorno quando vedemmo qualcosa in lontananza, senza riuscire a capire subito cosa fosse. Alzai il binocolo e vidi che c'era un tizio di colore con una camicia rossa steso a terra, con una gamba incastrata sotto un cavallo morto. Nelle vicinanze c'era un grande sombrero. Immaginai che fosse morto come il cavallo, o quasi, perch gli avvoltoi gli giravano attorno. Una di quelle bestiacce era scesa vicino al cavallo e lo fissava, come in attesa di un segnale. Una piccola nube nera di mosche ronzava nei dintorni.
Una volta arrivati l, scoprimmo che il tizio di colore non era morto affatto. Nonostante la gamba intrappolata, si alz leggermente su un gomito e ci punt contro un vecchio Sharps calibro 50.
- Frena, - dissi. - Non ho niente contro di te.
- Siete soldi facili, - ribatt, poi sospir e pos delicatamente la carabina a terra. - Non che io possa spenderli, comunque.
Scendemmo da cavallo e affidai a Cullen le redini. Spinsi da parte lo Sharps con un piede. L'uomo non cerc di fermarmi. Non credo che avesse la forza di alzare di nuovo quel vecchio e pesante fucile, e non aveva una pistola addosso. Mi accovacciai vicino a lui. La sua faccia pareva intagliata nel legno secco. I suoi occhi erano cos neri che sembravano more.
Dissi: - Ti stai facendo un riposino?
Lui fece un respiro profondo. - Io e il mio cavallo abbiamo pensato di fermarci nel bel mezzo della prateria, sotto il sole, e schiacciare un pisolino. La giornata ci pareva abbastanza adatta allo scopo. E visto che mi sentivo magnanimo, gli ho detto che poteva stendersi pure sulla mia gamba.
- Avevi quel cappello: potevi usarlo per proteggerti un po' dal sole.
- Non riesco a tirare fuori la gamba da sotto questo bastardo morto, -disse, dando calci al cavallo con la gamba libera. - Neanche per arrivare a prendere il cappello. Mi piace quel cappello. Ho dovuto uccidere un messicano per procurarmelo.
Cullen afferr il cappello e glielo porse, tirandosi dietro Satana. L'uomo era troppo debole per riuscire ad alzare la mano e prenderlo. Gli sollevai la testa, Cullen gli mise il cappello, e io gli feci appoggiare di nuovo la testa a terra. La parte posteriore del cappello si pieg sotto di lui, mentre la tesa sulla fronte gli consent di tenere la faccia all'ombra. Ora riuscivo a vedere che il cavallo aveva un paio di fori di proiettile. Anche il tipo col sombrero aveva un buco, a sinistra, tra il petto e la cintura. Perdeva sangue abbastanza velocemente.
- Non mi sarei aspettato che le cose andassero a finire in questo modo, - disse.
- Posso immaginarlo, - osservai. - Un cavallo che ti cade addosso e un buco di proiettile non sembrano granch, come piano.
- No, non lo consiglierei.
- Stavi cercando me, vero?
- Ti ho riconosciuto dalle orecchie. Me lo avevano detto, che ne avevi un paio niente male.
- Perch dai una mano a quegli uomini? Loro la disprezzano, la gente di colore.
- Mi hanno assoldato perch sono un cacciatore. Ho sangue Seminole, vengo dalla Florida ma ho vissuto per un po' a Nacogdoches, in Texas. Quel tizio di nome Ruggert aveva sentito parlare di me come segugio, e mi ha assoldato. La paga era buona.
- Il denaro non  una buona ragione, - dissi.
- Mi sarebbe piaciuto fare il ballerino, ma le mie gambe non sono un bello spettacolo, dentro un paio di collant. E quindi faccio quello che faccio.  l'unico mestiere in cui me la cavo bene: inseguire e uccidere. Si guadagna pi che decentemente, e ho un sacco di tempo libero.
-  sempre un bene trovare il tempo per rilassarsi e pensare a s stessi,- disse Cullen. - Non ne avevo molto, e ne avrei voluto di pi. Mi piaceva il mio lavoro, ero anche bravo a farlo, ma un po' pi di tempo libero non avrebbe guastato.
- Gi, - dissi. -  proprio una fregatura essere schiavi. Troppo poco tempo libero.
-  una giusta osservazione, - disse Cullen. - Molto vera.
- Vorrei chiedervi due cose, - disse il tizio col sombrero. - Innanzitutto, potreste levarmi questo cavallo di dosso?
- Ci penser, - risposi. - Dimmi un po', Ruggert ha rinunciato, adesso?
- Non gli  piaciuto per niente che tu gli abbia violentato la moglie.
- Non l'ho fatto, - dissi.
- Un altro tizio mi ha detto che le hai solo guardato il culo. Posso capirlo. Se mi trovo davanti un bel culo, me lo godo per bene, di qualunque colore sia. Un culo  un culo, in fin dei conti. Ma Ruggert non la vede in questo modo.  un pazzo spietato, e non dimentica.
- Me ne sono accorto, - dissi.
- Non mollava e continuava a pagarmi, anche se non ho capito dove li trovasse, i soldi, e cos ho proseguito. Ti abbiamo beccato la prima volta vicino a quel carro abbandonato, pieno di ossa di bisonte.
- Me lo ricordo.
- Non c' molto altro da dire. Siamo giunti alla conclusione che ti fossi arruolato. E abbiamo pensato che avresti lasciato il forte, prima o poi, e che ti avremmo beccato fuori dal branco.
- Dev'essere stata una lunga attesa.
- Puoi dirlo forte. Ma lui pagava, e io eseguivo. Ci siamo accampati non lontano dal forte, ben nascosti. Usavamo un binocolo per vedere dove eravate. Abbiamo seguito il vostro gruppo quando siete andati nel boschetto, tenendoci a distanza. Non so cosa avesse intenzione di fare Ruggert, a quel punto, o come pensasse di farti allontanare dagli altri, ma come ti ho gi detto era maledettamente determinato. Credo stesse cercando proprio di escogitare qualcosa quando gli Apache ci hanno raggiunti. Sono scappato a cavallo appena ho visto che non avevamo scampo. Un paio di quei pellerossa mi hanno inseguito. Se ti fai un giro da quella parte, puoi vedere il sangue di uno di loro.  quello che mi ha sparato e mi ha ucciso il cavallo, facendomelo cadere su una gamba. L'ho beccato anch'io, comunque. Gli ho sparato con questo bel cavallo sulla gamba, disteso a terra e senza riparo. L'altro, che era ancora tutto intero, ha gettato l'amico morto sul cavallo ed  montato sul suo, trascinandoselo dietro. Volevo sparare anche a lui, ma lo Sharps era diventato pesante. Non ho idea di cosa sia successo a Ruggert e all'altro tizio, Hubert, che mi pareva un alcolizzato. Non l'ho mai visto bere, ma si sfregava le labbra di continuo e sembrava parecchio malinconico. Di solito, all'ora di cena, diventava scontroso. Per ti dico una cosa: mi ha chiamato negro una sola volta. Dopodich gli ho fatto capire che non era il caso.
- Hubert  morto, - gli dissi. - Gli Apache l'hanno preso.
- Non credo che mi mancher.
- Non hai pi detto qual era, la seconda cosa, - disse Cullen.
Avevo dimenticato che ci fosse dell'altro che voleva chiederci.
- Giusto, - disse il tizio col sombrero. - Ecco la seconda richiesta. Restate con me finch non muoio. Portatemi in un vero cimitero. Non voglio rimanere steso qui nella prateria. Voglio riposare in terra consacrata, e voglio che qualcuno dica delle parole per me.
- Io non ti devo niente, - dissi.
- Non ho nessun rancore. Perch dovresti averne tu?
- Perch tu volevi uccidermi, - ribattei.
- Capisco il tuo punto di vista, - disse. -  molto chiaro.
Studiai il problema per un momento. - Dovrei lasciarti agli avvoltoi, ma far quel che mi chiedi. Niente lapide, per.
- D'accordo, - disse. - Nessuno saprebbe chi ero, comunque. Per la cronaca, il mio nome  Cramp, o almeno cos si dice. L'uomo che ha ingravidato la mia mamma Seminole mi ha chiamato cos. Se n' andato via presto. Mi fu dato anche un secondo nome, ma nessuno lo usava granch, quando ero piccolo, e hanno finito per non tirarlo pi fuori, tanto che ora neanche ricordo quale fosse. Che io sappia, non ho nessun parente vivo. Ma ho pensato che forse Dio mi perdoner qualcosa, se mi faccio seppellire come si deve nella sua terra.
-  solo terra, - dissi. - Nient'altro.
- Penso di aver parlato abbastanza, in questa vita, - disse, e cominci a respirare a fatica, come un cane quando ansima.
Scavammo con le mani nude attorno alla sua gamba. Il terreno era duro. Alla fine presi il mio coltello e frantumai la terra quanto bastava per estrarre la gamba da sotto al cavallo. La gamba era messa male, le ossa sporgevano dai pantaloni, e buttava fuori sangue in quantit spaventosa. Lo spostammo in modo che potesse appoggiare la schiena contro il cavallo. Lui chiuse gli occhi, e dopo un po' il respiro gli si fece meno pesante, finch non respir proprio pi.
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CAPITOLO 11.
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Come risarcimento per la promessa di portarlo al cimitero, stabilimmo che tutto ci che aveva nelle sacche era nostro: un'ottima cosa, visto che la poca roba da mangiare che avevamo era finita. C'erano della carne essiccata e delle uova, queste ultime in un sacchetto di pelle. Non avevano il guscio, ed erano tutte rotte. Non sapevano solo di uova in salamoia, sapevano di pelle sudata. Le mangiammo lo stesso. Trovammo un po' di avena in una sacca legata al cavallo, la demmo a Satana, e versammo l'acqua dalla borraccia del morto nel sombrero per farlo bere. Quando si fu dissetato, mangi pure un pezzo del sombrero.
Tra le sue cose trovammo un cambio d'abiti, e visto che la camicia stava meglio a me che a Cullen mi liberai della mia puzzolente camicia e indossai quella, tenendo la giacca dell'esercito e i pantaloni con la striscia. Gli altri pantaloni, quelli del morto, non andavano bene a nessuno dei due, dunque li gettammo via.
C'era anche un libro di poesie in una delle sacche. Era scritto a mano, perci ne dedussi che, tra una caccia all'uomo e un omicidio, Cramp si dilettasse con i versi. Non ero un esperto di poesia, anche se Loving me ne aveva fatte leggere parecchie, ma devo dire che queste erano talmente orribili da urtare la mia sensibilit. Gettai via il libro ed ebbi l'impulso di seppellirlo, per timore che un coyote vi si imbattesse, leggesse i versi e si mettesse a vomitare.
- C' una citt lungo la strada che ho fatto per venire qui e unirmi ai soldati. Si chiama Ransack, - dissi.
- Anche io l'ho vista.
- Potremmo andare l. Di sicuro avr un cimitero.
- Potremmo anche lasciarlo qui, e nessuno lo saprebbe mai.
- Nessuno a parte me.
- Anche io lo saprei, ma la cosa non mi turberebbe.
- Forse potrei passarci sopra, col tempo, - dissi, - ma una promessa  una promessa.
- E come facciamo? Abbiamo solo un cavallo.
Cramp aveva una corda e un sacco a pelo. Srotolai il sacco a pelo sul terreno, poi io e Cullen vi stendemmo sopra Cramp e lo avvolgemmo insieme a quello che restava del suo sombrero, che gli mettemmo sul petto. Gli passai la corda attorno al corpo e lo legai in modo da riuscire a trascinarlo. Poi prendemmo il suo Sharps, montammo su Satana e ci incamminammo.
Quell'idea del sacco a pelo non era il massimo, ma non avevamo molto altro a disposizione. Il fatto  che, una volta che ci fummo incamminati, il sacco cominci ad aprirsi su entrambi i lati, e dopo poche miglia uno degli stivali di Cramp scivol via e rotol in strada. Poco dopo ci imbattemmo in qualche alberello e tagliammo dei rami col mio coltello per farne un traino - e credetemi, fu un lavoraccio. Il traino impediva al corpo di toccare terra ed evitava che la coperta si consumasse. Parti di Cramp, faccia compresa, cominciavano a sbucare fuori. Inoltre, la decomposizione stava iniziando, e il suo volto, che prima era gonfio, ora stava avvizzendo come una patata vecchia.
Arrivammo a Ransack quasi al tramonto.
Vista da lontano, Ransack sembrava un ammasso di ombre con in mezzo delle lucciole, ma si trattava di lampade a cherosene e fuochi, e le ombre erano gli edifici.
Quando entrammo in paese c'era un silenzio di morte, atmosfera ideale per noi che di cadaveri ce ne portavamo dietro uno, ma poi all'improvviso sentimmo un rumore. All'inizio sembrava il ronzio di una mosca, ma poi udimmo un crepitio e della musica che proveniva da uno dei bar: una tuba, un pianoforte, un banjo e una specie di corno che avrebbe potuto essere una tromba o qualche imbecille che soffiava attraverso un tubo. Ci tenemmo alla larga, pensando che se ci fossero stati uomini di colore di certo li avremmo trovati ai confini della citt, e non vicino ai locali dei bianchi, ai negozi, alle donne. Quando ci addentrammo nei vicoli non trovammo la nostra gente ma cinesi. Li avevo visti in fotografia nei libri di Loving, ma ora erano proprio l davanti a me, in carne e ossa. C'erano quattro o cinque uomini e una ragazza cinese vicino a un grande fuoco con sopra una grata e un'enorme pentola nera piena di bucato bollente, che la ragazza cinese mescolava con un bastone sottile. La luce del fuoco era cos forte che si riuscivano a scorgere i colori delle camicie nel bucato che vorticava. Gli uomini erano tutti pi o meno della stessa stazza e indossavano abiti larghi. La ragazza era vestita allo stesso modo ed era sottile quasi quanto il bastone che teneva in mano. I suoi capelli lunghi e neri erano legati dietro la testa. Gli uomini avevano una treccia sottile e il capo in parte rasato. Oltre a quella treccina, avevano anche strane espressioni, come se fossimo le prime persone di colore che vedevano, ma forse era per via del fatto che ci trascinavamo dietro un corpo che puzzava a chilometri di distanza, e lo stivale di Cramp era appeso fuori dalla coperta insieme a un braccio, che strusciava nella polvere.
Un cinese che non avevamo visto prima, piuttosto in carne e con un codino unto, venne fuori da dietro una grossa botte, che ardeva con tanto di quel fuoco da illuminare il terreno tutto attorno. Agit le mani verso di noi. Tirai le redini.
Lui disse: - Vuoi una ragazza?
- Che cosa hai detto? - chiesi.
- Ti do una ragazza per pochi soldi, se vuoi.
Le ragazze uscirono dall'ombra ed entrarono nel cono di luce. Una aveva una gamba di legno e si appoggiava a una stampella: era indubbiamente la pi bella delle tre, anche se ci sarebbero voluti circa quaranta litri d'acqua e un'intera saponetta di liscivia per renderla presentabile. C'erano altre due ragazze cinesi che non avevano un aspetto terribile, per carit, ma camminavano come un cavallo zoppo. Avevano sulla faccia talmente tanta cipria, rossetto e altra roba del genere da poter dipingere l'intera nazione Sioux. Fece capolino anche una quarta ragazza, cos brutta che avrebbe spedito una lince a nascondersi su un albero, ma forse io ero l'ultimo che poteva dire una cosa del genere. Non aveva la stessa zoppia nel camminare, ma si muoveva comunque a passo con le altre. Il motivo lo capii solo in seguito: alle altre ragazze avevano avvolto i piedi nelle bende da quando erano bambine, per non farli crescere troppo, rendendo cos i loro passi piccoli e privandole della possibilit di correre.
La cacciatrice di linci non aveva subito lo stesso trattamento.
- Mezza donna, lei costa meno, - disse il cinese. - Cinque centesimi.
Intuii che alludeva alla donna con la gamba di legno.
- Veramente, lei  pi di una mezza donna, - dissi. - Molto di pi.
- E allora costa di pi, - disse lui, sporgendosi verso Cramp e turandosi il naso. - Il tizio sulla coperta, prima lavare. O impuzzolisce ragazze.
- Abbiamo altri piani per lui, - disse Cullen.
- Gi, a lui certe cose non interessano pi, - aggiunsi. - E mi sa che ci tocca declinare la tua offerta. Anche se un po' di cibo lo accetteremmo.
- Abbiamo maiale in agrodolce, - disse. - Molto buono. Dieci centesimi.
- Costa pi della donna, - osservai.
- Maiale non ha gamba di legno.
- Pensavo che avremmo seppellito Cramp, - disse Cullen.
- Non ne ho le forze, - dissi, e non mentivo.
Il cinese fiss per un momento Cramp. - Uomo morto.
- Non ti sfugge niente, eh? - dissi.
- Non migliorer, - comment.
- No, - dissi io. - Lo escludo.
Il cinese mi studi per un momento. - Vuoi sempre mangiare?
- Sicuro. Ma ti do dieci centesimi per due pasti.
Il cinese riflett sulla mia offerta. - Va bene. Mettete via morto. Venite a mangiare.
Guardai Cullen. Lui si strinse nelle spalle.
Non  una bella cosa da dire, ma parcheggiammo Cramp in una specie di riparo insieme al suo traino, perch l'unica cosa a cui riuscivo a pensare con chiarezza era il maiale nel mio stomaco.
Ci occupammo di Satana. Era stanco e anche lui aveva fame. Avevo comprato a caro prezzo dell'avena dal cinese, e confesso di aver preso del denaro da un sacchetto che Cramp teneva legato attorno alla vita. Ero diventato il suo becchino e il suo banchiere.
Dopo aver tolto la sella a Satana, averlo nutrito e dissetato, lo strigliai con gli attrezzi che mi aveva prestato il cinese. Quindi io e Cullen ci sedemmo a terra per mangiare. Dovevamo pagare in anticipo, cosa che facemmo, e il maiale in agrodolce risult appena pi buono della carne di cavallo che avevamo mangiato dopo aver combattuto con gli Apache. Trovai una zampa di gallina nella ciotola, insieme a quello che sembrava un occhio di vitello spappolato. Li scartai e mangiai il resto, senza fare troppo caso a quello che c'era nella ciotola, e chiesi anche un secondo giro per me e per Cullen.
Dopo mangiato sellammo Satana e agganciammo Cramp e il traino. Mi girai verso la ragazza che stava appollaiata sulla gamba di legno e chiesi: - Dov' il cimitero pi vicino?
Lei mi fissava.
- Dobbiamo seppellirlo, - dissi, indicando Cramp.
Attesi per vedere se parlasse americano, e mi parve di s, o comunque doveva aver capito perch punt il dito in fondo alla strada. Tutto quello che dovevamo fare era andare dritti fino a quando fossimo arrivati, a quanto pareva. Il cinese si avvicin e colp la storpia, facendola cadere. Le disse velocemente qualcosa in cinese per poi rivolgersi a noi, in inglese: - Parlo io.
- Non c'era motivo di farlo, - disse Cullen.
- Donna mia, - ribatt. - Io parlo. Non lei. Lei in vendita. Lei fa quello che dico io.
- Be', vacci piano, - dissi. - Non era il caso. Sono stato io a rivolgerle la parola.
Per mostrarci chi comandava, si avvicin a un ceppo di legno con un'ascia conficcata dentro, la tir fuori e torn indietro. - Taglio gamba di legno, - disse.
- Non lo farai, invece, - dissi io.
- Taglio tua gamba, allora.
- Non farai neanche questo.
- Sua gamba, - disse, riferendosi a Cullen.
Cullen ribatt: - Le gambe mi servono.
Appoggiai la mano sulla mia Colt, parlando lentamente in modo che mi capisse. - Se le fai del male, ti apro un buco. E se sopravvivi ti risveglierai con quell'ascia ficcata nel culo, cos a fondo che ci vorr tutta la citt pi una mandria di muli belli grossi per togliertela. Sono stato chiaro?
Indietreggi, e io ne approfittai per chinarmi e aiutare la ragazza ad alzarsi, porgendole la stampella.
Il cinese disse: - Lei andare a lavorare, ora.
La ragazza cinese si allontan sulla sua gamba di legno, sostenendosi con la stampella, ed entr sotto la tenda, nel piccolo tugurio. Pensai di aver fatto il mio dovere, anche se forse non avevo che peggiorato la situazione, per lei. Il cinese ci sorrise come se fosse stato tutto un enorme scherzo, torn al pezzo di legno e vi incastr l'ascia. Cercai di prendere in prestito una pala e una lanterna, ma l'ultimo scambio di battute l'aveva inasprito nei nostri confronti. Finii per affittarle entrambe, pagando due dollari. Con quelle e Cramp al seguito, conducemmo Satana verso il luogo che ci aveva indicato la storpia.
Si alz un vento leggero dalla prateria e il tanfo che proveniva dal cadavere di Cramp ne approfitt per levarsi in volo, in un crescendo di potenza che sapeva quasi di miracolo. Appena arrivammo alla fine della strada notammo una collinetta con un recinto fatto di assi di legno, e dentro al recinto delle croci e grandi rocce piatte, usate come lapidi. C'era un gruppo di alberi dietro al cimitero, sempre all'interno della recinzione, e mi parve che fossero stati piantati l di proposito perch non sembravano attagliarsi alla natura del luogo. Sarebbe bastata un'altra lunga estate bollente e non sarebbero serviti ad altro che a stendere il bucato.
Mi guardai alle spalle e vidi il cinese che camminava lungo la strada e in direzione della citt, parlando a voce cos alta che riuscivamo a sentirlo fin dalla collina, anche se non capivamo nulla di ci che stava dicendo, visto che blaterava nella sua lingua.
La parte anteriore del recinto era aperta e non c'era nessun cancello, visto che erano pochi a voler entrare, e nessuno di loro ne sarebbe uscito. Trascinammo Cramp sul retro del cimitero, non lontano dalla fila di alberi, e scegliemmo un posto. Cullen tenne sollevata la lanterna, mentre io cominciavo a scavare. Pi scavavo pi Cramp sembrava puzzare, e questo mi aiut a fare in fretta. Avevo indossato la vecchia giacca dell'esercito quando eravamo entrati in citt, nella speranza vana che mi desse una certa autorevolezza, quindi mi fermai per sbottonarla e tornai al lavoro. Avevo scavato per circa un metro in larghezza e in profondit quando Cullen disse: - Stanno arrivando delle persone, e non mi dnno l'idea di voler pregare sulle tombe.
Erano guidati dal cinese, che in una mano aveva una lanterna e nell'altra un'ascia. Gli uomini che lo seguivano erano bianchi e procedevano a passo svelto e determinato. Compreso il cinese, ne contai otto.
- Lo sapevo che era una cattiva idea, - disse Cullen.
Ficcai la pala nel terreno e dissi: - Tieni la lanterna di lato. Non davanti a noi e neanche dietro.
Cullen esegu. Satana era vicino, e cos il mio Winchester, ma non volevo fare un balzo in avanti e aprire i giochi se non era necessario. Avevo con me la Colt e la LeMat, entrambe belle cariche. Speravo che se gli animi si fossero surriscaldati sarebbero bastate a tenere sotto controllo la situazione.
Quando arrivarono al cimitero e furono a circa sei metri da noi, si fermarono. Il cinese fece un passo in avanti e agit l'ascia con una mano.
- Niente cinesi e niente negri qui.
- Canaglia. Mi hai affittato la pala e la lanterna. Sei solo incazzato perch non volevo che prendessi a schiaffi quella ragazza storpia.
- Non seppellire negro, - disse.
Uno dei bianchi, un tizio alto con la barba, un cappello cos grande che ci potevi nascondere sotto un cavallo e delle bretelle che gli tiravano su i pantaloni fino alle ascelle, disse:
- Questo  un cimitero per bianchi. Terra per cristiani.
- E se fosse un cristiano anche lui? - dissi.
- Dev'essere un cristiano bianco, - disse uno degli altri. - Voi avete il vostro paradiso, sempre ammesso che ci andiate.
Ci fu un brontolio di approvazione tra la folla, come se a quella gente fosse gi capitato di riflettere sulla questione, di tanto in tanto.
- Va bene, - dissi, - prendiamo il cadavere e ce ne andiamo. Non c' problema.
- Indossi una giacca Yankee, - disse l'uomo alto con la barba.
- Siamo stati appena congedati, - risposi. - Non abbiamo partecipato a nessuna battaglia, tranne a una con gli indiani -. Mi resi conto in quel momento che la mia idea di mostrare autorevolezza era stata piuttosto stupida. Un uomo nero in uniforme, in Texas, non ha nessuna autorevolezza. In realt, indossare quella giacca era stato come disegnarmi un bersaglio sulla schiena: avrei dovuto pensarci ma non l'avevo fatto.
- Ho combattuto contro gli Yankee, - disse l'uomo, indicando la mia giacca.
- Non abbiamo ucciso nessun uomo del Sud, - ribattei.
- Io dico di linciarli, morto compreso -. A parlare era stato un altro degli uomini, un tizio che aveva la mascella tutta storta, come se gliel'avessero rotta e aggiustata male.
- Se ce lo portiamo via non c' problema, no? - dissi. - Cominciava a puzzare, cos ho pensato che fosse meglio sotterrarlo. Lui ha richiesto una sepoltura cristiana in un cimitero cristiano, ed eccoci qui.
Notai che uno degli uomini che si trovavano pi indietro si stava spostando sulla nostra destra. Aveva una doppietta, che a quella distanza era di sicuro un'arma mortale. Poteva far fuori sia me che Cullen, uccidere Satana e accoppare Cramp per la seconda volta.
Non so cosa mi prese, ma all'improvviso non avevo pi voglia di parlare. La mia mano and veloce alla Colt di Loving, tirai indietro il grilletto e sparai. Beccai in fronte il tizio con la doppietta e tutto ci che si trovava tra le sue orecchie e che lui usava per pensare gli usc da dietro la testa.
A quel punto si mossero tutti.
La Colt era nella mia mano destra, e con la sinistra avevo estratto e puntato la LeMat. Sparavo con entrambe, spostandomi a sinistra, a destra, schivando, girandomi, facendo fuoco pi veloce che potevo, eppure, nonostante la velocit, riuscii a prendermi il mio tempo. Ero svelto e preciso, mentre loro erano spaventati e agitati.
Mi sfior una pioggia di proiettili. Guardai Cullen con la coda dell'occhio, lo sentii dire: - Oh, merda, - poi lo vidi cadere. E che io sia dannato se quel cinese, che stava impalato proprio l davanti con l'ascia in una mano e la lanterna nell'altra, non parve scollarsi all'improvviso dalla notte. Lasci cadere la lanterna, sollev l'ascia e si precipit verso di me. Io avevo sparato soprattutto attorno a lui, preoccupandomi di quelli con le pistole. Avevo sparato velocemente, a volte anche due colpi per un solo uomo. Avevo scaricato la Colt e la LeMat. Ebbi appena il tempo di spostare la leva della LeMat nella posizione del fucile prima che il cinese mi fosse addosso, e sparai. Ci fu uno scoppio infernale, gli feci un buco nel petto e lui cadde in ginocchio. Si scagli con l'arma su di me. L'ascia fini giusto in mezzo alle mie gambe, mancando gli organi vitali. Si tenne su grazie all'ascia per un momento, mentre le budella gli uscivano dalla ferita, finch gli mollai un calcio sulla mano. A quel punto cadde in avanti, faccia a terra, e i talloni parvero scattare in aria, spargendo attorno un po' di polvere del cimitero.
Tornai da Satana, che non si era mosso di un millimetro. Quel cavallo proprio non riuscivo a capirlo. Forse stava valutando tutte le possibilit. Sfilai il Winchester dalla fondina, proseguii e vidi Cullen steso sulla schiena. Mi inginocchiai accanto a lui e cercai la ferita. Un proiettile gli aveva sfiorato la testa e l'aveva messo fuori combattimento.
Dissi: - Diamine, Cullen, ti ha appena toccato. Hai combattuto contro gli Apache e ora ti metti a terra a fare un sonnellino mentre io sono nel bel mezzo di una sparatoria?
Lo aiutai a rialzarsi e a rimanere stabile.
Fu allora che le quattro ragazze cinesi sbucarono fuori dall'oscurit, su un piccolo carro con cerchi di legno sottile sul retro e un telo a strisce che era stato tirato gi e arrotolato. Era trainato da due cavalli. Alla guida c'era la storpia. Le altre erano dietro e avevano dei borsoni grandi quasi quanto loro. Era come se fossero state pronte da sempre, come se stessero aspettando solo il momento giusto. Dissero praticamente all'unisono: - Veniamo con voi.
- Non credo proprio, - risposi.
- Abbiamo visto cosa voi fatto, - disse la storpia. - Uccisi tutti. Siete uomini duri, e a noi servono uomini duri. Noi cucinare. Dare fica gratis.
- Non vi possiamo portare con noi.
- Ci uccideranno, - disse la zoppa, che sembrava essere la portavoce tra le quattro, e notai che la pi brutta prestava molta attenzione alla conversazione, una cosa che in seguito si sarebbe rivelata importante. - Suoi fratelli prendere noi e fare a fettine. Fare carne in agrodolce.
- Ma dai, non ci credo, - dissi.
- Non sarebbe prima volta. Voi mangiato carne umana stasera. Non di ragazza cinese. Di uomo bianco.
Ripensai alla roba che c'era nella mia scodella e dissi: - Vuoi dire che l'occhio che ho trovato non era di vitello?
- Niente occhio di vitello.
- Diamine, - disse Cullen. - Comunque aveva un buon sapore. Un po'salato, ma non male.
La storpia continu a parlare. - Uomo grasso dormire e Chun uccidere lui con ascia. Faceva uguale con voi, se aveva possibilit.
- Be', non potr pi farlo, - disse Cullen, indicando il cinese a terra.
Gi verso Ransack c'era grande agitazione. Uomini bianchi e cinesi si muovevano tutti nella nostra direzione. Dissi: - Cullen, tu guidavi un calesse. Sapresti guidare un carro?
- Certo, - rispose. Sal, scost la zoppa dal posto di guida e prese le redini.
Guardai verso la prateria buia e vidi che stava per arrivare un temporale. I lampi attraversavano il cielo come ferite gialle e furiose e i tuoni ruggivano come enormi cannoni. Riuscivo a vedere le ombre di pochi alberi sottili, a circa quattrocento metri, probabilmente lungo un piccolo torrente.
- Porta il carro tra gli alberi, - dissi, - e non liberare i cavalli. Se puoi scendi nel letto del torrente. Sarai pi riparato.
- E tu? - chiese lui.
- Pensa a te stesso, e alle donne, - dissi.
Cullen gir il carro e si lanci attraverso la prateria, spronando i cavalli. Dal punto in cui mi trovavo sembrava che il carro e i cavalli a stento sfiorassero terra. Riuscivo a vedere le ragazze cinesi rimbalzare nel retro del carro come pop-corn in una padella imburrata.
C'erano una mezza dozzina di uomini a cavallo che correvano nella mia direzione, seguiti da un gruppo di pazzi urlanti a piedi, quasi tutti bianchi, e da qualche cinese. Correvano tutti come se fossero stati invitati a mangiare a sbafo uova sode e avanzi di maiale.
Tenendo sempre in mano il mio Winchester, salii in groppa a Satana, sperando che dopo la giornata trascorsa fosse ancora rimasto in lui qualcosa di simile a un cavallo.
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CAPITOLO 12.
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Satana era un fuoco di erba nera spinto dal vento, il cavallo pi veloce, pi elegante che io avessi mai montato. Lasci alle sue spalle i cavalli e gli uomini che ci inseguivano come se quelli fossero fermi. Rispetto a lui, Pegaso era un ronzino. E per una volta non cercava di buttarmi gi, mordermi o uccidermi con un calcio.
Polverizz quei quattrocento metri. Quando raggiunsi gli alberi, notai che il carro era sceso solo in parte nel torrente: vedevo ancora spuntare la sponda posteriore. Riuscivo a sentire Cullen che urlava ai cavalli: - Forza! Datevi una mossa! - e cose del genere, e pian piano il carro scavalc l'argine e scomparve nel torrente poco profondo, in realt poco pi che un rigagnolo.
Portai Satana fino a l, smontai e lo trascinai verso una fila di alberi lungo l'argine, al di sotto della linea di tiro. Lo legai, presi la sacca con le munizioni e mi arrampicai col Winchester per trovare una buona postazione. Il drappello di uomini stava arrivando e presto ci avrebbe raggiunto. Impugnai il Winchester e sparai al primo cavallo che si present sulla linea di fuoco. Cadde, e con lui l'uomo che lo montava. Fu una brutta cosa per il cavallo, ma buona per noi. L'uomo sbatt la testa in terra cos forte che riuscii a sentire il rumore del collo che si spezzava, come se qualcuno avesse calpestato una pentola di argilla. Si sollev appena, strisci verso di noi per un po', si rese conto che non era una buona idea e come un cane che cerca un posto per sdraiarsi ruot sulle mani e sulle ginocchia un paio di volte e infine si appiatt a terra, immobile. Aveva fatto tutto ci con la testa voltata in una strana angolazione, come se cercasse di guardare indietro e capire se il culo fosse ancora al suo posto. Credo che a un certo punto il suo collo si fosse definitivamente staccato e che questo lo avesse ucciso.
Gli altri avevano gi girato i cavalli e correvano verso la citt. Si fermarono a circa met strada, incrociando gli uomini che li avevano seguiti a piedi. Si riunirono per fare il punto della situazione. Mi girai e vidi che Cullen si era arrampicato sulla sponda con la sua Spencer.
Riuscivo anche a vedere le donne nel carro, gi al torrente.
- Credo che tu li abbia scoraggiati, Nat, - disse Cullen.
- S, ma forse non abbastanza, - risposi. - Se fossi in loro, proverei ad attaccarci dai lati. Anche se per farlo dovrebbero raggiungerci dagli alberi, lungo il torrente, e neanche da l si troverebbero in una posizione ottimale.
- Potrebbero fare il giro e prenderci alle spalle, - disse Cullen.
- Due uomini, uno su ogni sponda del torrente, possono bastare per fermarli, perch abbiamo la copertura e una migliore posizione di tiro, e quelli non sono Apache. Abbiamo affrontato i migliori segugi sulla piazza, perci questi non mi preoccupano pi di tanto.
- A un certo punto dovremo uscire di qui, - disse Cullen.
- Vero, - ribattei. - E loro devono decidere quanti uomini vogliono sacrificare prima che lo facciamo.
- Potrebbero tentare un'irruzione, - insist Cullen.
- Potrebbero, ma scommetto che non lo faranno. Dobbiamo aspettare il momento giusto e svignarcela. Secondo me ci conviene lasciare qui il carro. Ricavare redini e briglie da quelle corde, far montare i cavalli del carro dalle donne, salire io e te su Satana, e poi svanire come per magia.
- Non saprei, - disse Cullen.
- Maledizione, Cullen. Sto cercando di fare del mio meglio. Smettila dimettermi ansia.
- Non saprei, - disse di nuovo.
In quel momento cominci a piovere, un fulmine cadde lontano, il tuono stava ancora rombando. La pioggia era fredda, scorreva dal mio cappello fino alla camicia, sulla schiena, e mi faceva tremare. Le nuvole si stavano ammassando e pensai che l'oscurit potesse nasconderci, ma c'erano troppi fulmini che illuminavano il cielo. Riflettevo su tutte queste cose, cercando di valutare ogni possibilit, quando vidi qualcuno arrivare a cavallo, da solo, dritto in sella come una mazza. Il cavallo era vecchio, e trottava con la testa bassa. Barcoll a destra e a sinistra, poi finalmente assest la rotta verso di noi.
- Ma che diavolo fa? - disse Cullen. Appoggi la Spencer sull'argine e prese la mira.
- Aspetta un momento, - dissi.
L'uomo si avvicinava, rigido sulla sella, scuro come la notte, il cappello calato sugli occhi. Le braccia gli penzolavano lungo i fianchi. Ci fu un lampo, e in quel bagliore riuscii a vedere che le redini erano legate alla sella, e che vi era attaccato anche un grosso bastone, che sosteneva l'uomo. Vidi tutto questo in un breve istante. Mi accorsi anche che era un uomo di colore, e il vento che portava con s la sua puzza, insieme a un nuovo lampo, ci annunci che si trattava di Cramp.
Il cavallo arriv trottando fino all'argine. Mi piazzai di fronte a lui in modo che nessuno potesse tenermi sotto tiro con il suo fucile, presi le redini e guidai il cavallo fino al letto del piccolo torrente, mentre Cramp barcollava sulla sella.
Legai il cavallo al retro del carro, feci un cenno alle ragazze cinesi che stavano dentro, tornai in fretta al mio posto e feci capolino dalla sponda. Si vedevano le ombre distanti degli uomini e dei cavalli, e il bagliore delle luci della citt dietro di loro.
- Eccoti il tuo amico, - disse una voce tra loro. - Sotterralo da un'altra parte. Hai riempito il nostro cimitero con tutti gli uomini che hai ucciso.
Non vogliamo pi guai. Vi stiamo dando un'ultima possibilit. Approfittatene e andatevene.
Non avevo mai pensato di tornare indietro per recuperare Cramp. Avevo fatto del mio meglio, e la promessa che avevo cercato di onorare era sciocca, tanto per cominciare. Era venuto il momento della ritirata. Ci avevano letteralmente spalancato la porta per farci correre via. Non credevo certo che avrebbero lasciato perdere e che sarebbe finita l.
- Andatevene voi, allora, - gridai pi forte che potevo. - E noi vi lasceremo stare!
- Va bene, - disse la voce. Girarono i cavalli e tornarono verso la citt, col gruppetto di gente a piedi sparso dietro di loro, tra i fulmini che cadevano furiosi e veloci, l'eco dei tuoni, la pioggia che continuava a scendere in lame fredde e nere.
Ce la svignammo.
Io e Cullen tirammo gi Cramp e lo mettemmo nel carro, dov'erano le donne. La cosa non risult gradita, ce lo fecero capire con una raffica di parole in cinese, tutte tranne la brutta, che disse: - Perch non lo lasciate qui?
- Che hai detto? - chiese Cullen.
- Perch non lo lasciate qui? - ripet lei.
- Abbiamo capito, - dissi. - Ma tu parli inglese?
- Parliamo tutte inglese, - disse lei.
- Ma tu lo parli molto meglio delle altre.
- Io ho fatto un po' pi di pratica.
- E allora perch non hai detto niente, prima? - chiesi.
- Aspettavo di vedere come andavano le cose, - spieg lei. - Ho imparato a parlare inglese nella scuola dei missionari e a stare zitta in tutte le lingue. Ai missionari piaceva usare il bastone, se dicevi qualcosa che non gli garbava. Secondo me si divertivano a picchiare le ragazzine, e basta.
- Be', ecco come stanno le cose, - dissi. - Volevo lasciare il vecchio Cramp gi al cimitero, ma ora che  qui con noi l'unica cosa che possiamo fare  scappare il pi in fretta possibile, perch quelli sono un branco di bugiardi e quasi sicuramente dall'alba li avremo col fiato sul collo.
E cos facemmo. Cullen salt in sella al vecchio e malandato cavallo su cui era stato legato Cramp, e Gambadilegno, come avevo imparato a chiamarla, prese le redini del carro e lo port lungo il torrente fino a un varco tra gli alberi e a una lieve pendenza, dalla quale riusc a risalire e a raggiungere la prateria. La pioggia stava ancora cadendo, picchiava sui nostri cappelli e spingeva gi le tese. Le donne erano senza cappello, ma avevano tirato fuori dal nulla degli ombrelli. Una di loro si era seduta accanto a Gambadilegno e teneva un ombrello sulla sua testa e sulla propria, mentre Gambadilegno guidava il carro. Le altre si riparavano da sole, acquattandosi come meglio potevano sotto gli ombrelli.
Attraversammo la prateria nell'oscurit bagnata. Il cielo fu squarciato da un fulmine cos grande e luminoso che per un momento divenni cieco. Il fulmine cadde a terra e incendi dei cespugli, da cui venne fuori del fumo bianco a causa della pioggia. Il fatto di trovarci cos esposti ai fulmini, che non avevano altro che noi come bersaglio, mi rendeva piuttosto nervoso.
L'unica cosa positiva che posso raccontare di quella notte  che la pioggia rendeva pi sopportabile la puzza proveniente dal corpo di Cramp, il quale stava cominciando a gonfiarsi in alcuni punti e afflosciarsi in altri.
Poco prima che terminasse la notte la pioggia si ferm e il sole fece capolino come una mela marcia. Appena si fece giorno vidi tre uomini a cavallo che venivano verso di noi. Si avvicinavano lentamente ma in modo inesorabile. Cullen cavalcava accanto a me su quella bestia pelle e ossa che ci eravamo portati dietro. Gli dissi: - Hanno mandato tre uomini.
- Lo vedo. Mi pare una decisione stupida, visto quello che hai fatto a tutti quegli uomini ieri. Mai vista una roba del genere, Nat. Avevo gi capito che eri un duro durante la battaglia con gli Apache, ma hai superato te stesso.
- Credo di averli presi alla sprovvista. Ma scommetto che questi tre non sono vigliacchi come quelli di ieri. Tutti, tranne il cinese. Quello era un autentico gallo da combattimento.
- Sicari?
- Molto probabilmente s, - dissi.
- Che facciamo, li affrontiamo?
Mentre stavo riflettendo sulla questione, uno degli uomini alz una bandiera bianca legata a un fucile e venne verso di noi. Era un tipo cicciottello, con la testa grossa, un piccolo cappello a bombetta e un fazzoletto rosso attorno al collo. Indossava una camicia unta di pelle scamosciata e pantaloni neri e gialli. Quando fu a portata d'orecchio si ferm e disse: - Potrei parlarti un momento?
Misi le mani a coppa attorno alla bocca e gridai, perch volevo che anche gli altri due uomini mi sentissero e capissero che ero io a dettare le regole.
- Metti gi il fucile, avvicinati di pi e tieni le mani lontane dalla pistola.
Fece cadere a terra il fucile e la bandiera e venne verso di noi. Dissi a Cullen di restare dove si trovava e gli andai incontro. Quando fummo a circa tre metri di distanza tirai le redini e dissi: - Cos va bene.
- Abbiamo avuto l'incarico di trovarvi e uccidervi, - disse lui.
- Bisogna vedere se ci riuscite.
- Non vogliamo farlo.
- No?
- No. Perch pensiamo che probabilmente non finirebbe come speriamo. Visto quanti sei riuscito ad ammazzarne da solo, abbiamo ragione di credere che tu abbia una buona dimestichezza con le armi. Mi chiedevo se fosse possibile dire che vi abbiamo uccisi, sempre che voi non vogliate tornare da queste parti.
- Sono costretto a rispondere di no, per una semplice ragione. Sono ancora vivo.
- Dunque dobbiamo aprire il fuoco?
- Perch non dite che non siete riusciti a trovarci? Questo vi tirerebbe fuori dai guai.
- Ci hanno pagati venti dollari a testa per uccidervi, - disse lui.
- Non mi pare granch, visto il lavoro che dovreste fare. E considerato
il fatto che potreste non tornare a casa.
- Ma ci hanno pagati venti dollari, - insist. - Sai come si dice. Soldi onesti per un lavoro onesto.
- E tu sai come si dice, quando qualcuno crepa, - dissi. - Nessun cadavere torna mai a casa per cena.
Ci pens su un momento, poi con delicatezza si tocc il cappello, come se volesse toglierselo.
Appena le dita toccarono la tesa, dissi: - Se hai una pistola sotto quel cappello, sarai morto prima di potertelo togliere.
- Va bene, - disse, e lasci perdere.
- Il mio nome  Nat Love, - dissi. - E farai bene a non mentire sul fatto che ci hai uccisi. Meglio dire che non ci hai trovati.  comunque una bugia, ma non scalfisce il mio orgoglio.
So che vi sembrer meschina, come minaccia. Ma era quello che sentivo di dover dire.
- Ah, diamine, - disse. - Diremo che siete scappati.
- Bene. Se vi vedo un'altra volta vi ammazzo tutti e tre.
- Penseranno che siamo dei cacasotto, - disse.
- Lo siete. O sbaglio?
Quest'uscita non doveva essergli piaciuta affatto, ma riflett bene su tutte le possibilit, probabilmente ripens ai racconti che gli erano stati fatti sul modo in cui avevo ucciso tutti quegli uomini con le mie pistole, anche se, come ho gi detto, era potuto succedere soltanto perch non sapevano bene che diamine stessero facendo. In tutta onest, credo che alcuni di loro avessero ucciso i loro stessi compagni mentre cercavano di far fuori noi, quindi  probabile che io mi sia attribuito diversi meriti in pi rispetto a quanti me ne fossi guadagnati.
Lui si lecc le labbra, annu. - Direi che siamo d'accordo, allora, - disse. Torn dove aveva lasciato cadere il suo Winchester, scese dalla sella, lo prese lentamente da terra e rimont. Lo guardai con attenzione, dopo aver sfilato il mio fucile e averlo appoggiato alla sella. L'uomo ripart verso i suoi due compari e io tornai al carro, accanto a Cullen.
- Secondo te dir che siamo scappati? - chiese Cullen, che aveva ascoltato la nostra conversazione.
- Dir che ci hanno ammazzati, ma io non volevo rendergli la cosa troppo semplice. Ne ho abbastanza, di far contenti i bianchi. - Non me ne importa molto, in ogni caso, - disse Cullen.
Li guardammo cavalcare finch non scomparvero, poi ci dirigemmo verso nord-est.
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CAPITOLO 13.
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Dopo un paio di giorni cominciai a pensare che non ci stessero seguendo, e che fossero tornati a Ransack per dire la prima bugia che sarebbe servita a placare le acque.
Ci stavamo dirigendo verso il confine del Texas, e non c' lembo di terra pi desolato e vuoto di quello. Venendo dall'East Texas avevo trovato gi il West un mezzo deserto, ma la parte settentrionale era triste per gli occhi e per la mente: non mi sarei sorpreso nello scoprire che, se qualcuno si era fermato da quelle parti, era solo perch il suo cavallo era morto o il carro si era rotto. Non riuscivo a immaginare nessuna ragione per decidere di trovarsi l di proposito.
Trovammo un buon ritmo nel viaggiare di notte e dormire di giorno. Le ragazze cinesi si rivelarono piuttosto ben disposte, cosa di certo piacevole perch le notti potevano rivelarsi davvero gelide. Scoprii che quella con la gamba di legno si chiamava Wing Ding, Ling Ding, o una cosa del genere, anche se, non appena credevo di aver capito bene il suo nome, lei rideva e mi correggeva. Nel sacco a pelo era in grado di sfinire un uomo, e ti lasciava delle schegge piantate nella coscia; se avesse dato una bella scartavetrata a quella gamba non avrebbe fatto un soldo di danno. La brutta si rivel una vera scalmanata. Dopo qualche notte in cui facemmo a turno per prenderci il nostro piacere, ci demmo una calmata perch stava sopraggiungendo una certa debolezza.
Tiravamo su la copertura del carro durante il giorno, quando avevamo il nostro daffare, e io e le ragazze ce ne stavamo fuori a parlare tranquillamente di ci che riuscivamo a capire l'uno delle altre: ricordo di aver avuto una conversazione interessante una volta, sui fagioli. Il nome della ragazza brutta era Wow, o una cosa del genere. Sapeva parlare bene inglese. Aveva letto dei libri, alcuni dei quali erano gli stessi che leggeva il signor Loving. Conosceva anche un tizio che, da quanto capii allora, si chiamava Corn Foolish, e invece si chiama Confucio. Venne fuori che era un saggio cinese e che aveva uno o due motti per ogni situazione. Appena pensavi di aver compreso bene il vecchio Confucio, ti spiazzava con qualcosa che aveva un significato completamente diverso da ci che sembrava voler dire all'inizio, o almeno cos spiegava Wow. Io pensavo che, se un uomo aveva qualcosa da dire, gli bastava dirlo e buonanotte, senza farne ogni volta una specie di rebus. Dico in tutta onest che non me ne importava granch di lui, sebbene non ci fossimo mai incontrati, il che pu fare una differenza enorme, nell'opinione che ti formi su qualcuno.
Ora, suppongo che vi stiate chiedendo di Cramp e di che fine avesse fatto nel frattempo. Le cose stanno cos. Dopo due giorni nessuno poteva rimanere sotto quella copertura tranne lui. Era il padrone incontrastato, e dominava il carro col suo fetore. Alla fine lo tirammo gi, scavammo una fossa con gli attrezzi che trovammo nel carro e ce lo buttammo dentro. Scoprimmo che Wow conosceva qualche parola cristiana, anche se lei si definiva buddista, e lo seppellimmo con quelle parole e una pietra sulla fossa ben coperta, dopodich ce ne andammo. Se l'avessimo fatto prima, anche senza le parole di Wow, sarebbe stato uno spettacolo migliore.
Il carro era pieno di ogni sorta di merci, segno che il proprietario doveva essere stato un commerciante. Ci sbarazzammo delle nostre divise da soldato, poich nel carro c'erano abiti che potevamo indossare. Ci mettemmo in viaggio verso il Dakota, visto che al forte avevamo sentito dire che c'era tanto di quell'oro e argento, laggi, che persino un uomo di colore avrebbe potuto ricavarne un bel bottino. Francamente, era una meta come un'altra. Col tempo, il vecchio cavallo su cui avevano piazzato Cramp si sfin, e io ci stavo male, perch era un dolce, vecchio cavallo e nitriva ogni volta che qualcuno gli si avvicinava. Era socievole e ti strusciava il naso addosso quando voleva essere accarezzato. Ma era diventato veramente debole, e cos fui costretto a sparargli. Ne mangiammo un po'. Dovetti evitare di pensare alla provenienza di quella carne, per riuscire a godermi il pasto. Da quel momento, Satana cominci a tenermi d'occhio, mantenendo un passo pi vispo e la testa alta, in modo che non ci fossero dubbi sulla sua salute.
Una volta, dopo che avevamo viaggiato tutta la notte, fermammo il carro alle prime luci dell'alba e sistemammo la copertura. Ma proprio quando stavamo per infilarci dentro, Cullen disse: - Guarda laggi.
Dalla prateria vedemmo arrivare quello che sembrava un mare nero, che si avvicinava con un rombo fortissimo. Dopo aver osservato la scena per un po', capimmo che si trattava di un mare di pelliccia. Erano bisonti. Si stendevano a perdita d'occhio. Erano piuttosto vicini e restammo fermi, per paura che un nostro movimento potesse spaventarli e che, nell'agitazione, ci piombassero addosso. Li osservammo correre attorno a noi, e allora non lo sapevo ma quello che stavo vedendo presto non sarebbe pi esistito. Nel giro di pochi anni quasi tutti i bisonti sulla faccia della terra sarebbero morti. Alcuni furono ammazzati per farne cibo, altri per le pelli e tanti altri ancora solo per divertimento e per poi lasciarli a marcire nelle praterie. In parte accadde per avidit, in parte per il gusto di togliere agli indiani delle pianure la colazione e la cena. Praticamente si estinse la fonte di alimentazione primaria degli indiani, e fu questo a farli fuori, molto pi delle coperte infettate di vaiolo e dei fucili a ripetizione.
Avevamo bisogno di carne, cos aspettammo per quasi un'ora che passassero tutti, poi sparammo a un ritardatario che sembrava gi ferito a una zampa e che da l a poco sarebbe stato cibo per i lupi.
Quei bisonti erano grandi e grossi, ma anche piuttosto stupidi, e lo sparo li lasci del tutto indifferenti. Se si accorsero che l'ultimo della fila era sparito, non lo diedero a vedere. Forse, alla fine della giornata, uno di loro si sarebbe voltato e avrebbe detto: "Ehi, ragazzi, dove  finito Bill?"
Scuoiammo la bestia, accendemmo un fuoco usando merda secca di bisonte, che bruciava molto bene ma aveva un bell'odorino, come potrete intuire, di merda secca di bisonte. Cucinammo un po' di spalla, tagliammo della carne a strisce e la mettemmo sotto sale usando i rifornimenti del carro. La mangiammo durante il viaggio. Il sale fece in modo che non marcisse, ma a dire la verit non valeva la sete che procurava, e le sorgenti d'acqua erano molto distanti.
C'erano parecchie merci nel carro, ma l'acqua mancava. Nonostante ci, fu uno dei viaggi pi piacevoli e tranquilli che io ricordi. Con le ragazze cinesi, con cui facevamo a turno nel carro, vivevamo di quel che la natura ci offriva, ridendo e gridando a squarciagola. Wow mi raccontava delle cose che aveva letto, e sono momenti che metto tra i pi grandi piaceri della mia vita. Il viaggio dur tanto: dal West Texas pi profondo, attraverso il Panhandle, il territorio indiano - senza aver visto alcun indiano - salendo fino al South Dakota. Quei giorni e quelle notti sembravano galleggiare come tartarughe in un fiume.
Prima di vedere la citt vera e propria incrociammo le colline, che erano grosse e scure, ricoperte di boschi. Lungo le colline infuriava un incendio, che divorava il legno come un castoro scatenato. In seguito imparai che la citt aveva preso il nome proprio da quella legna che bruciava.
Sentimmo l'odore del luogo prima ancora di arrivarci. Era la puzza del liquame che si riversava nelle strade, defluendo dalle case costruite nelle zone pi alte. Avvicinandoci, a quel tanfo si aggiunse l'odore dei corpi e del sudore, zaffate dalle cucine ed effluvi di legna bruciata che soffiavano dolcemente dalle collinette sopra di noi. Quell'odore di bruciato, rispetto agli altri, era quasi rigenerante.
La strada principale era cos piena di fango e scarichi che il carro, mentre procedevamo, sobbalzava di continuo. Ci spostammo di lato per evitare di essere travolti da un branco di buoi che usciva da Deadwood, forse diretto a fare rifornimenti di qualche genere. A capo del branco c'era una donna robusta che procedeva a piedi, con una grossa e vecchia frusta e un vestito che le copriva gli stivali fino alla punta. Gli stivali e il vestito erano pieni di schizzi di fango. Era una fila notevole di animali, carri e masserizie varie, e quando ci ebbero superati ci rimettemmo in cammino, diretti al centro della citt, anche se chiamarla citt era un po' come dare del gentiluomo a un pappone.
Gli edifici sembravano buttati a casaccio sui lati della strada, come se qualcuno avesse dato a un ubriaco legna, martello e chiodi e gli avesse detto di procedere. Ad alcune case doveva essere stata data una verniciata, in passato, mentre altre erano state tirate su quasi in mezzo alla strada, come se cercassero di togliersi di l e andare verso le colline per riprendere il loro posto tra gli alberi. Sparse qua e l c'erano cataste di legna: tutto ci che restava di alcuni edifici che erano crollati come tessere di domino. Altre case ancora avevano recinzioni di legno cadenti costruite attorno a giardini squallidi, dove crescevano erbacce e proliferavano insetti, anche se era probabile che perfino quelli si sentissero in imbarazzo per lo squallore della loro dimora.
Nel bel mezzo di tutto questo erano collocati degli scavi. Appena ci avvicinammo, vedemmo un uomo da una parte e una donna dall'altra, che ci guardavano come se si aspettassero da un momento all'altro che gettassimo la maschera, per rubare tutto quello che avevano estratto da sottoterra. La donna, che doveva avere almeno cinquant'anni, indossava una grande cuffia blu e se ne stava l impalata con un Winchester nella mano sinistra e una pietra nella destra. Quando guardai nella sua direzione ci lanci contro la pietra e colp Wow, che quel giorno teneva le redini del carro. Dopo essere rimbalzata sul braccio di Wow, la pietra atterr sul sedile. Wow la raccolse, si gir e con un bel tiro colp la vecchia alla testa, cos forte da farla cadere a terra, mentre la cuffia le volava via. Si rialz in un lampo, lanciandoci altre pietre, ma a quel punto non aveva mira n forza nelle braccia. E per nostra fortuna non aveva intenzione di allontanarsi troppo dal suo bottino.
- Che gran bella citt, - disse Cullen dal retro del carro. - Ottima per un rogo.
Avevamo la copertura abbassata, e Cullen e le tre ragazze cinesi erano seduti dietro come rane su un tronco. Wow schiocc le labbra ai cavalli, che arrancavano nel fango. Portai Satana pi vicino al carro. - Non potrebbero essere pi contenti, di vedere due tipi di colore e qualche ragazza cinese, - dissi.
- Non so se quella vecchia sia contenta di vedere nessuno, - disse Cullen.
Sorpassammo un edificio su una collina, con un cartello che diceva: "Chiesa congregazionalista". C'erano delle scale tortuose e mal ridotte che portavano fin l. Riuscii a vedere sotto una specie di portico quello che sembrava un piccolo bisonte, ma appena fummo pi vicini capii che si trattava di una persona nascosta sotto una pelle di bisonte, che forse si era fermata l perch esausta o ubriaca di whisky. Passammo accanto a un edificio chiamato Teatro Gemma, che era alto due piani e non sembrava messo male.
Ora, per noi cinesi e gente di colore, l'unico posto dove poter cercare alloggio era ai confini della citt, come era sempre stato. Quella cosa mi faceva ribollire di rabbia e rimpiangere quasi di non essere rimasto nell'esercito. Eravamo quasi arrivati quando un uomo con un ramo d'albero sotto il braccio a mo' di stampella e la pelle del cranio scorticata, probabilmente perch qualcuno aveva cercato di fargli lo scalpo, sbuc zoppicando da un varco tra due edifici e per poco non fini sotto i cavalli che trainavano il carro. Wow tir le briglie e il tipo prese a fissarmi con tanta insistenza che quasi sentivo i suoi occhi strisciarmi sotto la pelle. Aveva la mascella rotta dal lato sinistro, con l'osso che faceva capolino come un serpente rannicchiato sotto le foglie. Su quella parte del viso la pelle era bruciata e raggrinzita, mentre sull'altra c'erano una serie di cicatrici, forse di un coltello. Era impossibile immaginare quale fosse stato il suo vero aspetto, e provai pena per lui. Non solo aveva quella faccia ed era zoppo, ma i suoi vestiti dovevano essere appartenuti a un uomo molto pi piccolo. Erano pieni di buchi, e uno degli stivali aveva un tacco scollato. Attravers la strada con qualche difficolt e zoppic tra gli edifici fino a sparire. Wow schiocc la lingua rivolgendosi ai cavalli, e proseguimmo.
Vedemmo un posto chiamato Big Horn Store, edifici in rovina che vendevano merci varie, soprattutto whisky, e finalmente giungemmo in una zona che pareva pi pulita e meglio sistemata. Era il quartiere dei cinesi. Nell'aria c'era un sentore di fumo, un odore che faceva pizzicare il naso e che in seguito imparai a identificare con l'oppio. Ci travolse appena ci fermammo in un cortile, dove ci fecero cacciare un po' di soldi per strigliare i cavalli e lasciare il carro. Ci cost una buona fetta del bottino che io e Cullen tenevamo da parte, e tanto bast perch mi rendessi conto che avremmo dovuto trovarci un lavoro, e anche dannatamente presto. Mi restava ancora qualcosa per un pasto, e c'era una locanda che serviva maiale in salamoia l vicino, ma l'idea di mangiare in quel posto mi rendeva nervoso.
Dissi a Wow: - Il tizio cinese che ci ha servito uno stufato di carne umana... non  una pratica comune, giusto?
- Quello era un selvaggio.  stato troppo tempo insieme ai bianchi, -rispose.
- Non lo siamo stati tutti? - dissi io.
- S, ma lui l'ha presa troppo sul serio, - disse Wow. - E ha cucinato laccarne per troppo tempo.
Quando arrivammo al locale del maiale, ci vollero circa cinque minuti prima che tutte le donne, compresa Wow, scoprissero che potevano trovare lavoro come puttane nel retro del locale, o come cameriere. A quanto pareva, la sera precedente un cliente bianco si era infuriato: aveva preso dell'oppio, l'aveva mischiato col whisky ed era andato fuori di testa, impugnando un coltello da caccia per poi uccidere circa un quarto delle puttane. Un paio di ragazzi bianchi che erano in fila in attesa del loro turno lo avevano portato fuori e lo avevano impiccato: un modo decisamente brutto, per avere del lavoro a disposizione.
Ma era andata cos, e le ragazze non esitarono ad approfittarne. Wow fu l'unica a dire che avrebbe lavorato nella locanda e non nei letti, almeno finch se lo fosse potuto permettere. Quanto a Wing Ding, o come diavolo si chiamava la ragazza con la gamba di legno, scopr che a Deadwood valeva di pi che a Ransack. Qui c'erano diversi uomini a cui mancavano gli arti, gli occhi e via dicendo, e ai quali non dispiaceva affatto godere della compagnia di qualcuno che sentivano simile a loro.
Comunque, ci sistemammo l, e dopo aver chiesto in giro per un giorno
o due trovai lavoro in uno dei saloon, il Mann's Number 10. Cullen si fece assoldare come conducente di un carro che faceva il giro delle case e dei negozi per svuotare le latrine. Era un lavoro schifoso ma pagavano bene, perch nessuno voleva farlo, me compreso. Ripulire il saloon, svuotare le sputacchiere, spingere fuori vomito e sangue e tutta la roba bagnata che finiva sul pavimento era gi un bello schifo, ma non avrei guidato un carro pieno di merda, neanche part time.
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FINE Parte 1.